Avrei voluto scriverti, Giulio.

E dirti che per un giorno avevamo condiviso le stesse emozioni.

Dirti che ero stata a Duino, per le Selezioni del Mondo Unito, a distanza di un paio di anni da te.

Avrei voluto scriverti, Giulio.

E dirti che avevo capito cosa sentivi, mentre aspettavi, con ragazzi a te sconosciuti, che si aprissero le porte del plesso giallo e cominciasse quella prova, che era probabilmente più che un sogno, una scommessa con te stesso, una sfida alle tue capacità.

Avrei voluto scriverti, Giulio.

E dirti che avevo capito cosa provavi quando la tua immensa voglia di aprirti al mondo si era realizzata tra le mura di quelle selezioni.

Avrei voluto scriverti, Giulio.

E dirti che mi sentivo come te, quando stringevo le mani di quei ragazzi così capaci di poter cambiare il mondo, quando imparavo a capirli, a conoscerli, ad ascoltarli, prendevo pezzi di loro e li “innestavo” in me.

Dirti che pensavo quello che pensavi anche tu mentre guardavi una ragazza che ti aveva particolarmente colpito per le sue doti e che dopo quel giorno non avresti probabilmente visto mai più.

Avrei voluto scriverti, Giulio.

E dirti che avevo assaporato il mondo in un giorno e aveva lo stesso sapore che aveva avuto il tuo giorno.

Avrei voluto scriverti, Giulio.

E dirti che tremavano anche a me le gambe di fronte alla porta di quel colloquio.

Dirti che anche io ero uscita dalla stanza, tirando un gran sospiro di sollievo, abbozzando un sorriso.

La tua paura, era la mia. La tua euforia, era la mia.

Avrei voluto scriverti, Giulio.

Ma non ho potuto farlo.

E adesso quel che posso non è altro che lasciare queste parole al vento, e sperare che giungano a te nel tuo paradiso ideale di ebrei, cattolici, musulmani, tutti insieme, un bramato iperuranio di idee di pace, quella stessa pace che tu proclamavi, una volta che in quel Collegio ci eri entrato.

Non avrei voluto scriverti pensando all’orrore che hanno visto i tuoi occhi, all’ingiustizia che hanno subito le tue membra, alle denigrazioni sul tuo nome, alle bugie sul tuo conto, ai depistaggi, alle finzioni.

E non lo farò, ti prometto di continuare senza pensare agli oltraggi compiuti sul tuo corpo, alla giustizia negatati, alla tua più grande maestra e compagnia di vita, la verità, toltati per averla cercata e sussurrata agli uomini di una città in gabbia.

“Perché?” mi sono chiesta. “Chi ti ci portava, Giulio. Eri così giovane, eri così giusto, eri così speranzoso, eri una promessa. Non era la tua ora.”

“Si è messo dentro qualcosa più grande di lui.” sento dire alla gente.

E’ vero.

Volevi sfidare qualcosa di troppo grande, Giulio. Ma chi te l’ha fatto fare.

Non ti era bastato sbattere, la dovevi necessariamente rompere quella testa dura che avevi, è vero?

Non era la tua ora, Giulio.

Ma adesso basta, adesso basta strisciare nel dolore, nell’indignazione, basta annebbiare la mente con l’odio.

Adesso basta parlare di morte, Giulio.

Adesso voglio parlarti di vita. Voglio scrivere una lettera di VITA, un inno a te e alla tua vita.

Loro non lo sanno, Giulio, ma adesso le tue lotte non sono più solo tue.

Le tue paure, le tue euforie, non sono più solo tue, solo mie, ma nostre, di questa nostra Italia che chiede verità per te.

E allora non abbiamo condiviso solo un’emozione, Giulio.

Le condividiamo tuttora.

Le condividi con me e con chiunque altro si sia interessato alla storia di un giovane ricercatore friulano al Cairo.

Loro non lo sanno, Giulio.

Ma ci hanno uniti, tutti.

E sai, Giulio? Non faremo in modo che ci mentano.

Non faremo in modo che ci regalino una pseudo-verità.

Non abbasseremo la testa, fingendo che tu non sia mai esistito.

Perché sono le teste dure quelle che cambiano il mondo.

Sono gli uomini che si mettono dentro qualcosa più grande di loro, quelli che cambiano il mondo.

Sono i ragazzi che partono per studiare e non tornano più, quelli che cambiano il mondo.

Sono coloro che sperano in un domani migliore e sono additati dalla società come pazzi che rincorrono utopie, quelli che cambiano il mondo.

Sono le persone come te, Giulio, le persone che cambiano il mondo.

Non ti hanno ucciso, facendolo  non hanno posto fine alla tua protesta, alla tua ricerca: ti hanno reso vivo.

Adesso che non ci sei, ci sei ancora di più.

Ci sono le tue speranze, ci sono i tuoi sogni, ci sono i tuoi progetti, ci sono i tuoi sentimenti, c’è il tuo esempio.

Adesso, Giulio, sei dentro ogni giovane ragazzo che, come te, vuole cambiare il mondo, ci sei e non te ne andrai mai più.

Grazie Giulio, il TUO coraggio sarà il NOSTRO.