L’anno scorso la mia Università mi ha chiesto di svolgere un lavoro di media coverage in occasione della Giornata della memoria e ho pensato che potesse essere un’interessante spunto di riflessione da riproporre anche quest’anno.

Io mi sono occupata in particolar modo dei film trasmessi in televisione durante quel 27 gennaio. Osservando la programmazione ho notato come vi fosse una figura ricorrente all’interno dei film proposti: quella del bambino.

Simbolo della spensieratezza e dell’innocenza per antonomasia, il fanciullo non ha influenze politiche e ideologiche. Abbiamo l’esempio della giovane protagonista di “Storia di una ladra di libri” che pur essendo consapevole del fatto che fosse illegale tenere libri non in linea con l’ideologia del partito nazista, salva un libro dal rogo. In questi film la loro visione davanti al dramma, prima delle leggi razziali e successivamente della deportazione non viene influenzata dalle convenzioni imposte dalla società, nonostante nella realtà fossero notevolmente esposti alla propaganda del regime. Abbiamo un chiaro esempio ne “il bambino con il pigiama a righe” di come i bambini non vedano il diverso, ma vedano l’altro.

Il linea generale si possono distinguere due tipi di filmografie.

La prima è quella che vede della figura del fanciullo come simbolo. Simbolo dell’infanzia rubata, come elemento empatico capace di darci quella scossa emotiva capace di risvegliarci dall’assuefazione della morte che avvolge le scene. Ne è un esempio lampante la bambina con il cappotto rosso del capolavoro di Steven Spielberg “Schindler’s list”. Il cuore nel nostro petto perde un battito quando vediamo il corpicino senza vita avvolto nel suo cappotto rosso che viene portato nella fossa comune per essere bruciato, dimenticandoci del fatto che sono migliaia i corpi senza vita che alimentano quell’atroce rogo.

Il secondo tipo di filmografia è quello che utilizza il punto di vista del bambino per raccontare la storia. Un bambino che non capisce il motivo di una crudeltà di tale portata. Un bambino che riconosce la banalità del male di Hannah Arendt, cioè vede il male a cui gli adulti cercano di dare giustificazione ma che di giustificazioni, in realtà, non ne ha. Nonostante il punto di vista del bambino ebreo sia quello più diretto (ad esempio Giosuè di “la vita è bella”), non è necessariamente l’unico. Infatti, nel “bambino con il pigiama a righe” la storia ci è raccontata attraverso i confusi occhi del giovane figlio dell’ufficiale tedesco a capo del campo, che non capisce cosa realmente avvenga al di là del filo spinato, né del perché i suoi amici con i pigiami a righe vengano trattati in quel modo brutale dagli altri soldati. O potrebbe anche non essere strettamente visto da un bambino come la visione di quello che rappresenterebbe “lo scemo del villaggio” (come succeda ne “Le train de vie”).

Il quesito fondamentale che mi sono dunque posta è stato: perché questa attenzione particolare per i fanciulli?
Esaminando le varie pellicole sono emerse tre diverse tendenze:

  • Il primo motivo potrebbe essere la volontà di dare una visione priva di quei freni inibitori rappresentati dalle varie influenze che caratterizzano il mondo adulto.
  • Il secondo motivo potrebbe essere invece quello di filtrare il dramma attraverso gli occhi del bambino. Come ad esempio nel film “La vita è bella” dove la deportazione viene filtrata attraverso la dimensione del gioco che Guido si inventa per il figlio Giosuè.
  • Il terzo motivo potrebbe essere la quasi strumentalizzazione della figura del fanciullo per la sua enorme capacità empatica di catturare l’attenzione dello spettatore.

Indipendentemente dai motivi della presenza costante dei bambini in questo genere di film, dobbiamo sforzarci anche noi di non perseguire nel trovare delle spiegazioni a questa mostruosità e osservarla con gli occhi cristallini di un bambino per scoprire che quello che abbiamo davanti non è altro che del banale ed ingiustificato male.