6 gennaio 1944 : “Dalla gran gioia che avevo non sembrava di aver compiuto 32 anni ma sembrava di essere nato proprio quel giorno. Alla sera, dopo aver detto la mia preghiera, andavo a letto e dissi queste parole: se anche morissi questa notte sono contento”.

Chi scrisse queste parole, a matita, sulla pagina di un piccolo taccuino marrone?

Edvigio Canavese, soldato semplice, piemontese, classe 1912, prigioniero in un campo di prigionia tedesco nei pressi di Lipsia.

Il motivo della sua gioia? Leggiamo: “Giornata fredda e neve. Sempre a lavorare perché in Germania Epifania non ce n’è. Io già ero totalmente sfinito che non avevo più forza a camminare. Credevo morire minuto per minuto ma la morte niente, fa paura. Mentre lavoravo si avvicina il maestro. Allora gli faccio capire che era il mio compleanno. Allora mi tira le orecchie poi mi manda da una squadra di soldati della contraerea a mangiare. Mi fecero sedere e mi arriva davanti una catinella piena di rancio cavoli e patate”.

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale istituita dall’ ONU nel 2005. E’ poco noto che l’Italia aveva preceduto il consesso delle nazioni tramite la legge 211 del 2000 che aveva istituito il “Giorno della Memoria”, fissandolo già al 27 gennaio di ogni anno, in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.

La nostra memoria nazionale, quindi, aggiunge dolore a dolore non riferendosi esclusivamente all’ orrore dell’ Olocausto ma anche al meno conosciuto fenomeno dei cosiddetti “schiavi di Hitler”.

In Rete si trovano molte fonti relative a queste persone, in maggioranza militari italiani, che dopo l’otto settembre 1943 si ritrovarono a essere prigionieri delle forze armate tedesche fino al giorno prima loro alleate. Non aderendo alla richiesta di entrare nell’ esercito tedesco vennero deportati a centinaia di migliaia e rinchiusi nei “lager” in condizioni proibitive, sfruttati come forza lavoro priva dei diritti militari derivanti dalle convenzioni internazionali in quanto considerati traditori. Molti morirono perché, come scriveva Canavese, trasferito nel famigerato campo di prigionia Stalag 4 B di Mühlberg, in un altro passo del suo diario, pochi giorni dopo il suo compleanno (12.02.1944) : “Faccio 35 chili. Si deve morire? Il rancio non era mezzo litro e cattivo, una fetta di pane. Dormire 270 per baracca nemmeno una coperta. Siamo mischiati come conigli nel nido. I pidocchi si mettevano a correre non solo sulla pelle. Il pensiero della Famiglia non esiste, si pensa solo a mangiare ma quello non c’è. Si mastica tutta la notte: la mente ci fa vedere molta roba anche dormendo”. Questa annotazione rende, in modo crudo, l’orrore che, tramite il ricordo, si vuole evitare per sempre: la riduzione allo stato bestiale (nel senso più deteriore del termine) di un uomo da parte di un altro uomo. L’istinto di sopravvivenza, “il mangiare” sopravanza ogni sentimento, anche il più dolce e tenero come quello della propria famiglia. La mente dei meno forti vacilla (29.04.1944) : “Ho trovato al campo il cognato […] ma lui non mi conosceva”.

Canavese Edvigio, invece è forte, riprende peso grazie a “buccie di patate a volontà” fino ad arrivare a pesare 46 chili “ma tutto ci voleva per stare in piedi”. Nell’ aprile del 1945 la liberazione da parte degli americani e il lento ritorno a casa. Ultima annotazione (28.06.1945): “ A Casa. Borghese”.

Tempo e memoria sono concetti difficili da descrivere, sfuggono sempre a una certa definizione.

Quando il soldato semplice Canavese annotava sul suo taccuino le vicende di prigionia mai avrebbe potuto ipotizzare che le stesse potessero essere lette, mio tramite, oltre settanta anni dopo la loro scrittura, da un numero di persone potenzialmente infinito come quello degli utenti di Internet, testimonianza diretta ora condivisa e monito di ciò che non dovrebbe ripetersi.

La memoria è qualcosa di collettivo ma anche privato, personale e familiare. Come vasi comunicanti, le grandi vicende storiche si collegano a esperienze personali che, a loro volta, plasmano la Storia.

E può accadere che la “Giornata della Memoria” per qualcuno, per me, non sia una ricorrenza astratta ma l’occasione che la vita ti offre per meditare sulle annotazioni vergate, con scrittura incerta, a matita, in un taccuino da mio bisnonno, Canavese Edvigio, insignito il 27 gennaio 2013 della Medaglia d’onore conferita ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti.

Per ricordare.

E dire: “mai più”.