E se la monaca di Monza avesse scritto una seconda lettera al paggio che a palazzo le aveva mostrato affetto? E se questa seconda lettera fosse giunta a destinazione senza passare per le mani del padre? Cosa avrebbe contenuto?

La monaca di Monza, ormai entrata in monastero, decide di raccontare al paggio la vita, le difficoltà e le tentazioni che la tormentano tutti i giorni.

Monza, 19 luglio 1627

Mio dolce Teodosio,

mi prendo la libertà di scriverti questa mia lettera, in quanto, non essendo più il mio adorato paggio, non esistono restrizioni. L’unico favore che ti chiedo è di non far sapere a nessuno dell’esistenza di questa epistola. Mi fido di te, l’unica persona che si è dimostrata dolce e comprensiva nei miei confronti, quando mi sembrava di non esistere per nessuno. Poiché la mia precedente lettera non ti è giunta, ma è caduta in mani sbagliate, ho deciso di stilarne un’altra per porti i miei ringraziamenti e per trovare conforto per le mie pene in una persona fidata.

Tal è la mia situazione attuale da non poter vivere serena come si conviene a una monaca, e di questo me ne vergogno alquanto! La vita mi pare scolorita e appassita, al pensier dell’esistenza che avrei potuto condurre, se avessi avuto il coraggio di ribellarmi e oppormi a mio padre. Vivo una vita vuota di emozioni e sentimenti. Se da un lato mi pento di non aver risposto “no” a mio padre, dall’altro, poiché sono diventata monaca, mi dolgo dell’essere incapace di svolgere il mio compito e di vivere l’esistenza che si conviene ad una persona del mio ceto. Le mie compagne mi descrivono lunatica, nervosa e forse un po’ incomprensibile, ma sono io la prima ad atteggiarmi in questo modo, probabilmente per mostrare il mio odio verso quel posto o per essere rispettata. Dal voler ottenere rispetto nasce il soprannome che le converse mi hanno attribuito, “La Signora”. E anche riguardo a questo provo sentimenti contrastanti. Da un lato mi sento onorata, quasi venerata, perché sanno che una mia parola negativa su una conversa, rivolta a mio padre, potrebbe provocare una dura punizione a questa. Dall’altro  però mi sento terribilmente sola.

A questo isolamento fortunatamente ho trovato una soluzione. Da questo momento rinnovo la mia richiesta di mantenere il segreto sull’esistenza di questa lettera e delle parole incriminatorie che seguiranno. Tra le altre distinzioni e privilegi che mi sono concessi, per compensarmi di non essere badessa, c’è anche quello di stare in un’ala del convento a parte, attigua ad una casa abitata da un giovane, Egidio, che da una finestra che si affacciava sul cortile, avendomi vista passare qualche volta, un giorno mi rivolse la parola. Cominciò così tra noi uno scambio di lettere e doni, fino a quando non ci incontrammo. In questi momenti mi sentivo finalmente viva e quasi potente! Le mie compagne se ne accorsero perché ero più tranquilla, carezzevole e manierosa e le converse si rallegravano del felice cambiamento, ma erano ben lontane dal capirne il motivo. Ben presto però tornò in me l’odio verso la “prigione” in cui sarei dovuta rimanere a vita. Un maledetto giorno, dopo un litigio con una conversa, questa mi fece sprofondare nel terrore quando mi disse di essere a conoscenza di qualcosa e che avrebbe parlato allorquando sarebbe stato necessario. Egidio ed io cademmo nella disperazione più totale e non riuscimmo a vedere altra soluzione , se non quella di troncare al più presto l’esistenza di questa conversa un po’ troppo pettegola. Non ero inizialmente d’accordo, ma lui mi persuase dicendomi che, se la tresca fosse stata scoperta, saremmo stati puniti nel peggiore dei modi. L’istinto omicida di Egidio si scatenò e, con me come complice, riuscimmo ad eliminare la causa dei nostri turbamenti. Il giorno seguente in convento toccò a me far passare la notizia della fuga della “pettegola”. Non fu mai ritrovata. Ah, se avessero scavato nel cortile, i problemi sarebbero raddoppiati! Il mio animo era tormentato (e lo è tuttora!). Quanto vorrei sentire ora la sua voce, vederla passeggiare nel cortile!

La mia anima è straziata e desiderosa di trovare la pace nella vita monastica.

Dopo l’omicidio scoprii di essere incinta e partorii la povera bambina nella mia cella in convento. Per ovvi motivi non potei tenerla e la affidai ad Egidio. Da quel momento non seppi più nulla di lei, ma forse è stato meglio così.

Mio caro Teodosio, so di averti raccontato cose indegne e scandalose che non si convengono a una monaca, ma tanto è orribile la mia anima, che avevo bisogno di una persona fidata che potesse ascoltarmi pazientemente e alleggerire almeno un po’ il peso che serbo dentro di me.

Gertrude