Relazione sulla mia esperienza al COLORcampus 2016

Dopo tanto duro lavoro finalmente eccoci qui: ventisette giovani ragazzi di diverse età si ritrovano quasi tutti in compagnia di altre persone che non hanno mai visto, ma che sanno essere dotate di talento e voglia di fare.

Nell’aria si possono percepire allo stesso momento sia la paura sia la gioia che tutti un po’ proviamo.

Appena arrivati riceviamo le magliette e il cartellino con il nostro nome, due elementi importanti che ci accompagneranno nel corso di questa avventura.

Subito cominciano a formarsi dei gruppetti, come spesso succede in queste situazioni, ma ben presto qualcuno si fa avanti e pian piano tutti si presentano agli altri, formando involontariamente un piccolo cerchio dove si parla, si scherza e si ride.

Tutti presenti, è ora di pranzo: un piccolo buffet è stato allestito sotto ai portici dell’ex convento che ci ospiterà in questi dieci giorni ed è già un’altra occasione per conoscersi e per osservarsi.

Siamo tutti a nostro agio e già non guardiamo quasi più i nostri genitori che, dopo averci accompagnati e aver passato del tempo con William Salice e Renata Crotti, ci salutano per tornare a casa.

Per aiutarci a conoscerci meglio e per capire in cosa siamo più bravi, i COLORcoach ci propongono il gioco delle maschere, dove veniamo divisi in coppie e ci viene dato del tempo per disegnare su un foglio quello che l’altro ci racconta di sé, per poi esporlo agli altri “scambiandoci d’identità”.

Non c’è tempo da perdere: subito ci fanno vedere la sala dei computer e ci viene consegnato un breve questionario per testare il nostro livello di inglese.

Ci fanno poi riunire tutti quanti nella sala mensa, dove ci vengono lette le regole da rispettare durante la permanenza al COLORcampus: queste verranno in seguito riassunte e scritte su un grande foglio, il quale verrà firmato da tutti noi COLOR.

È pur sempre il primo giorno, e una passeggiata tra le vie di Loano è proprio quello che ci serve.

Il tempo passa velocemente e tra un’attività e l’altra quasi non ci rendiamo conto che è ora di cena, per cui torniamo in sala mensa e ci sediamo.

Ci vengono presentati il COLORpress e il COLORnews, attività in cui è compreso il public speaking, che a turno tutti noi COLOR dovremo svolgere almeno una volta.

La prima giornata è quasi volata e cominciamo a salire verso le camere, fuori dalle quali ci riuniamo per un po’ di tempo prima di andare a dormire.

Ridiamo e scherziamo, ma il mattino dopo ci aspetta un difficile risveglio.

Sono le 7 e ci incamminiamo verso la spiaggia, nonostante alcuni di noi non sembrino poi così svegli, per fare un po’ di risveglio muscolare e subito dopo, per chi vuole, un bel bagno e un po’ di sole.

Un’ora vola via e dobbiamo tornare al convento, dove ci aspettano delle docce fresche e una ricca colazione a base di pane e Nutella, decisamente gradita da tutti.

Gli incaricati del COLORpress si danno subito da fare mentre gli altri si riposano un po’ e in men che non si dica gli articoli scelti e personalizzati dai COLOR sono pronti per essere esposti ai compagni durante il tempo dedicato al corso di public speaking.

A questo punto è necessaria la pausa per la COLORfrutta, seguita dalla presentazione dei gruppi e dei temi per i progetti che dovremo portare a termine in questi dieci giorni.

Il primo passo sono il nome e il logo, che verranno presentati la sera stessa dopo cena, ma ora è arrivato il momento dell’investitura della nuova COLORtroupe, alla quale seguirà più avanti quella dei COLORcapitani: che tensione!

Nel pomeriggio ci diamo tutti da fare per portare a termine il compito del giorno, ma stiamo già più o meno tutti pensando alla partita di calcio Italia-Spagna che ci attende alle 18.

Un’altra giornata è volata, le varie presentazioni sono state fatte e non ci resta che un po’ di tempo libero prima di andare a dormire.

Questa è la giornata tipo del COLORcampus, non male come impegno.

Ci sono però delle eccezioni: le partite di calcio, le lezioni coi COLORcoach, le interviste e gli incontri con personaggi di rilievo in vari campi lavorativi.

Posso brevemente citare Mario Attalla, la famiglia Invernizzi ed Edgardo Bianco.

Ogni giorno dobbiamo presentare i work in progress dei nostri progetti, per ricevere critiche e consigli da William, dai coach e talvolta anche dai nostri ospiti.

Un momento molto significativo e coinvolgente del COLORcampus è stato sicuramente il COLORday, la giornata degli abbracci: dopo aver preparato dei cartoncini con scritte come “Free hugs” o “Un abbraccio per un sorriso” siamo usciti e abbiamo cercato di regalare qualche abbraccio qua e là per le vie di Loano.

È stato un pomeriggio splendido, trascorso tra i sorrisi di sconosciuti e di noi COLOR che, tra un abbraccio e l’altro, non perdevamo mai l’occasione di regalare qualche istante di felicità a chiunque lo volesse.

Dieci giorni passano in fretta e il tanto temuto momento è ormai alle porte, come i nostri genitori, che tornati a Loano per riportarci a casa, sono qui per la COLORexperience, ovvero la presentazione dei nostri progetti.

La tensione è palpabile e siamo tutti molto contenti e soddisfatti del nostro lavoro, ma tristi perché consapevoli che dovremo tornare a casa e lasciare i nostri compagni d’avventura.

I progetti vengono ad uno ad uno presentati e tutti i presenti ne rimangono molto colpiti, ma dentro di noi siamo tutti malinconici per quello che sta per succedere: come previsto, a fine serata cominciano a scendere le lacrime e ci stringiamo tutti forte, nella vana speranza di allungare un po’ la nostra permanenza, ma ovviamente non è possibile e piano piano il convento comincia a svuotarsi, a lasciare vuote quelle stanze che fino a poco tempo prima erano state luogo di momenti di felicità e spensieratezza per ogni singolo COLOR, anche se in modo diverso.

 

Se dovessi raccontare il COLORcampus per filo e per segno, credo che non riuscirei mai a finire, perché è una di quelle esperienze uniche, che ti cambiano la vita, perché ti aiutano a crescere, a conoscerti, ma soprattutto perché ti fanno conoscere delle persone splendide.

Non sono una ragazza molto timida, ma nemmeno molto estroversa, e questa esperienza mi ha aiutata a capire meglio me stessa, a migliorare dei lati di me che non mi piacevano, ad essere più sicura e decisa.

Spero proprio di tornare al campus l’anno prossimo, e spero anche di ritrovare soprattutto alcuni dei COLOR con cui mi sono trovata particolarmente bene, quelle persone speciali che ho trovato e che non ho intenzione di perdere.

Detto questo, sono fiera di essere una COLOR, e lo resterò per sempre.

Francesca