A: COLOR YOUR LIFE

Quarto Mondiale: Ritorno al COLOR Campus

Sembrava ieri che varcavo le porte del COLOR Campus per la prima volta, la paura sembrava la mia migliore amica, eppure credo che queste parole le sentiate spesso, forse ogni volta che qualcuno parla di come ha passato i suoi dieci giorni nel convento di Loano.

Di strada, da quel giorno, ne ho fatta parecchia eppure se ripenso a tutti e quattro gli anni che ho passato in Liguria, non vorrei cambiare neanche una virgola. Ho passato quasi la mia intera adolescenza con voi e mi avete visto crescere e cambiare in ogni particolare, ho conosciuto persone che non pensavo, neanche alla lontana, potessero esistere, eppure, eccomi qui. In questo istante mentre vi scrivo, mi sento come Sebastian Vettel, il mio pilota preferito della F1, proprio mentre alzava davanti agli occhi del mondo il suo quarto trofeo, che attestava la sua vittoria sul mondo. Quattro anni sembreranno pochi se parlati, ma per me sono stati tanti, lunghi ed intensi, in maniere che non potete neanche immaginare.

Ogni anno mi ha lasciato qualcosa, dal primo quando imparai cos’erano i sentimenti e per la prima volta aver sentito che significava stare in un gruppo; Il secondo imparai cos’era essere un leader, quando fui capitano della squadra azzurra; il terzo, secondo me il più bello, mi ha insegnato l’amicizia e l’amore, creare un legame con persone che speri di rivedere è un qualcosa di unico e di inappagabile, tanto come quello di avere una famiglia.

L’ultimo anno, questo, è stato una cosa mai vissuta prima, non ho convissuto con ventitré sconosciuti, ma bensì con ventitré fratelli. Ho imparato l’umanità, ad accettare quello che più ti rende umano: i sentimenti. Non sono solo mix di sostanze chimiche, sono un qualcosa di più, sono “oggetti”, quali si sviluppano solo con le interazioni. Si sviluppano guardando il sorriso di un viso dagli occhi verdi, dalle risate del tuo compagno di stanza, dall’obbiettivo, sempre puntato addosso, di una COLOR curiosa, dai capelli corti e biondi che brillano al sole e dal solo parlare, anche di cose assurde, con quella compagna di questionari che sempre assonata ti sorride, splendendo come se abbracciasse il sole.

Per la prima volta da quando esisto, ho perso lacrime al pensiero di non rivedere più quelle persone con cui ho vissuto per così tanto tempo, dopotutto lo scorrere dei secondi è relativo e dentro quel convento gli orologi sono fermi, o vanno realmente a rilento, forse è l’universo che vuole tale fenomeno al solo scopo di trasformare dieci giorni in un mese o chissà anche di più.

Devo ammettere che sono stato molto combattuto all’idea di tornare al COLOR Campus un’altra volta, però se vi sto scrivendo questo significa che quel dubbio è svanito, perché dopotutto come si può superare ciò che si vive là dentro, non si può realmente spiegare e non voglio credere che sono solo venti ragazzi che pensano, c’è molto di più. Vorrei continuare per vedere dove mi porterà il prossimo anno, forse il più difficile della mia vita; vorrei continuare per vedere quanto ancora posso fare per la fondazione; vorrei continuare per rivedere quelle persone che sono arrivato a voler bene; vorrei continuare al solo scopo di raccontare la storia di un uomo, che rimettendo le “speranze” in un foglio con quattro immagini, mandato da un bambino con i capelli ricci, ha fatto si che questo tema prendesse vita.

Comunque vadano le cose, non potrò mai ringraziarvi abbastanza per aver creduto in quel bambino, che contro ogni possibilità di vittoria, oggi si ritrova qui ad alzare davanti al mondo la coppa del suo quarto mondiale.

Con Affetto:

Giorgio