Lo scorso 3 marzo la mia classe ha visitato l’Arsenale della Pace di Torino, il “monastero metropolitano” del Servizio Missionario Giovani.

Dopo due ore di viaggio siamo arrivati all’arsenale, dove siamo stati accolti da alcuni volontari.

Ci bastano pochi pass per scorgere un muro che si erge nel mezzo della struttura su cui è impressa la frase “la bontà è disarmante”, quasi a ricordare la precedente vita di fabbrica di armi, poi salvata dalla determinazione di un gruppo di volontari che nel 1983 l’hanno trasformata nel centro di incontro tra culture e religioni quale oggi è.

La storia del Serming inizia però alcuni anni prima, nel 1964; Ernesto Oliviero istituisce il Servizio Missionario insieme ad alcuni amici, ponendosi come obbiettivo di realizzare il sogno di vincere la fame nel mondo con opere di giustizia e d sviluppo e dare una speciale attenzione ai giovani cercando insieme a loro le vie della pace.

E’ così che, nei primi anni Ottanta, nasce l’Arsenale della Pace, una superficie di quarantamila metri quadrati che migliaia di donne e uomini hanno trasformato, con il loro lavoro gratuito, in una casa di accoglienza che oggi offre pasti, cure sanitarie, un rifugio per la notte e ospita anche una scuola per artigiani restauratori, oltre ad un laboratorio del suono per il perfezionamento musicale ai quali partecipano giovani provenienti da tutta Italia.

Nel 1996 il Serming apre l’arsenale della Speranza per l’accoglienza del popolo della strada di San Paolo, in Brasile; dal 2003, con l’arsenale dell’Incontro (luogo in cui vengono accolti giovani portatori di handicap), opera anche in Giordania, riuscendo così a dare ogni giorno speranza a milioni di persone in tutto il mondo.

Abbiamo potuto comprendere anche noi, in prima persona, il vero significato della solidarietà, grazie ad un esperimento proposto a fine giornata, che ci ha reso consapevoli del bene che potremmo fare per aiutare chi più ne ha bisogno: la ‘merenda dei popoli’.

Il tutto è iniziato con una semplice domanda:”Hai scelto tu di nascere dove sei nato?”. Sotto lo sguardo incredulo e scettico dei nostri compagni, ognuno di noi rispondeva di no. Ma è soltanto dopo essere stati divisi in base alle nostre nuove identità, dettate da un documento fittizio che descriveva il nostro nuovo Paese d’origine, il nostro stato sociale e i nostri segni particolari, che abbiamo iniziato a intuire cosa sarebbe accaduto.

Quelli che tra di noi interpretavano bambini costretti a lavorare nelle miniere o nelle industrie per pochi spiccioli al giorno, padri di famiglia rimasti senza lavoro, madri che avevano visto morire i propri figli in battaglia, erano in fondo alla scala sociale: ognuno di noi si ritrovava affamato, con una sola nocciolina a disposizione e con la consapevolezza che non avrebbe potuto bere dell’acqua. Al contrario, chi era benestante si rassicurava del fatto che non sarebbe morto di fame, e i grandi imprenditori ed ereditieri che rappresentavano la minoranza ricca della popolazione avevano a disposizione quantità di cibo che sarebbero bastate a sfamare il mondo intero.

Il gioco ha inizio. Per un attimo il tempo sembra fermarsi, mentre ognuno di noi pensa a quale sia la cosa migliore da fare. Alla fine tutti si alzano, attraverso terre desolate e oceani immaginari e giungono fino all’altro capo del mondo: c’è chi porta l’acqua, chi il cibo, chi rinuncia a parte dei propri averi per darli a chi non ne ha. Bastava davvero così poco per sfamarci tutti? Bastava davvero soltanto provarci?

Probabilmente no, non potremo cambiare il mondo in un solo giorno, ma almeno possiamo provarci. Ora. Adesso. Subito. Perché, come ha detto Ernesto Oliviero durante il 4° appuntamento mondiale giovani della Pace, “Il mondo si può cambiare, abbiamo dentro di noi la forza interiore per farlo”.