La Biennale di Venezia dell’anno corrente è stata affidata al curatore Okwui Enwezor. Egli ha indirizzato gli artisti e le nazioni invitati ad occupare con opere i 30 spazi ai Giardini e i 25 all’Arsenale in rappresentanza di una tematica importante per tutti, ovvero “All The World’s Futures”.

L’arte incontra la politica e la socio-economia nel tentativo di interpretare il mondo di domani. I bilanci del successo di quest’edizione paiono confermare che questo tentativo sia riuscito. Quest’anno, oltre 500mila visitatori sono entrati a contatto con le installazioni side-specific, dipinti e molto altro. Il principale sponsor che ha reso possibile l’attuazione di tale travolgente evento è stata l’azienda di orologi “Swatch”.

Travolgente ed emozionante è stata quest’edizione. In tutti gli spazi sono state esposte opere toccanti , in particolar modo l’installazione”Out of Bounds” di Ibrahim Mahama che, suggestiva, colpisce i visitatori in procinto di uscire.

Mohammed Ibrahim Mahama è un giovane artista ghanese. A differenza di molti colleghi africani che scelgono per emergere nel campo artistico l’Europa e gli Usa, vive e lavora nella città natale, Tamale.

Per l’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, l’artista ha foderato con i suoi arazzi di sacchi di juta, cuciti insieme, un lungo e alto corridoio all’aperto che conduce i visitatori fuori dall’Arsenale.
Quest’opera si presenta imponente e l’atmosfera che crea costringe lo spettatore a riflettere sulle emozioni che suscita in lui e sul messaggio che si cela dietro essa. Innanzitutto occorre chiedersi perché il protagonista dell’installazione side-specific sia proprio il sacco di juta. Esso è oggetto di scambio ricorrente che si trova in Ghana, simbolo della sua economia fragile, basata sulla produzione di cacao nonostante le ricche risorse minerarie.
Il sacco, importato dall’India per contenerne i semi, finisce per trasportare tutt’altro, ad esempio il carbone. Il sacco essendo timbrato, lacerato, rattoppato, diventa per Mahama il tramite per raccontare le storie legate al mercato dello sfruttamento. Mahama ha riunito nel suo studio decine di donne, migranti senza identità né diritti per cucire assieme i sacchi.

L’arazzo è metafora dell’ineguaglianza sociale di cui il presente è affetto, e di cui si spera, il futuro non lo sia.