Ogni giorno siamo bombardati da notizie sul terrorismo islamico. Notizie commentate da osservatori occidentali. Ma qual è la posizione degli intellettuali di religione mussulmana? Consiglio di leggere il libro “Il fondamentalista riluttante” di Mohsin Hamid che ha vinto l’Anisfield-Wolf Book Award e l’Asian American Literary Award ed è stato tradotto in più di 25 lingue.

Il romanzo è incentrato sulla storia di un giovane pakistano, Changez Kahn, che si trova negli Stati Uniti al tempo dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle del World Trade Center di New York. La narrazione è in flashback tra Changez e un americano incontrato, forse per caso o forse no, al bazar Anarkali di Lahore, la seconda città più importante del Pakistan.

Al tempo Changez era un giovane studente pakistano che era riuscito a essere ammesso, con borsa di studio, alla prestigiosa Università di Princeton nel New Jersey (USA). Changez, non era mai uscito prima dal Pakistan e all’incontro con la civiltà americana rimase colpito dallo stile di vita e dal funzionamento meritocratico del sistema educativo. Vivere Princeton gli dava l’impressione di recitare in un film in cui lui era la star e che tutto fosse possibile. La massima aspirazione dei laureati di Princeton era ottenere un impiego presso la Underwood and Samson, società di consulenza finanziaria con stipendi iniziali annuali per neolaureati di 80.000 dollari. La concorrenza tra laureati era spietata, ma Changez al colloquio risultò un ragazzo tenace, brillante, volenteroso, che aveva” fame” di carriera e successo.

Alla fine delle quattro settimane di corso fu definito il “guerriero”. Subito assegnato a un progetto a Manila per la valutazione di una casa discografica, Changez, era terribilmente esaltato: aveva volato in prima classe, bevuto champagne e civettato con la hostess. A Manila imparò ad agire e a parlare come un vero americano: poca deferenza nei confronti delle persone più anziane, mancanza di signorilità e presunzione di essere il padrone del mondo. A chi gli chiedeva di che posto fosse rispondeva che era di New York. Ma nel giro di pochi giorni le cose cambiarono radicalmente. La sera prima della partenza da Manila, mentre era nella sua stanza a preparare i bagagli, Changez vide le immagini di quello che sulle prime gli parve una fiction: l’attacco terroristico alle Torri Gemelle. Allora successe una cosa inspiegabile: egli sorrise. I suoi pensieri non erano per le vittime della tragedia a cui andava la sua umana pietà, ma era colpito dal simbolismo dell’attentato, dal fatto che qualcuno fosse riuscito a mettere in ginocchio in modo così evidente gli Stati Uniti, una nazione che non aveva mai combattuto una guerra sul proprio territorio.

Gli Stati Uniti si trovarono ad affrontare una guerra insidiosa. Questo attentato aveva reso vulnerabile la più stabile e sicura nazione del mondo, scatenando un clima di diffidenza irrazionale nei confronti degli stranieri. Tutti coloro che avevano una barba erano considerati potenziali terroristi e trattati senza riguardo per i diritti umani. L’America era entrata in un periodo buio, le voci che giravano fra la comunità mussulmana a New York riferivano di taxisti pakistani quasi ammazzati di botte, incursioni dell’FBI nelle moschee, nei negozi, addirittura nelle case private. Musulmani che sparivano, forse in centri di detenzione segreta, per essere interrogati o peggio.
L’Afghanistan era sotto le bombe americane, l’India stava radunando truppe per una invasione in Pakistan e minacciava di scatenare una guerra nucleare (gli Stati Uniti non sembravano fare pressioni sull’India a favore del loro alleato pakistano). Intanto gli Stati Uniti stavano preparando l’attacco all’Iraq di Saddam Hussein. Un’America così andava fermata non soltanto nell’interesse del resto dell’umanità, ma anche per quello degli Stati Uniti.

Nel viaggio di ritorno verso New York, anche se ben rasato e costosamente vestito, si rese conto di essere considerato sospetto, gli sguardi delle persone lo facevano sentire in colpa. All’aeroporto fu fermato ai controlli, trattato con disprezzo e arroganza, nessuno della sua squadra di lavoro lo aspettò. E questo lo fece riflettere e cambiare sia psicologicamente sia fisicamente.
Al lavoro non era più lo stesso, non era più concentrato e si presentava con la barba, che agli occhi degli americani rendeva ogni “straniero un arabo,” un potenziale terrorista. Changez non si riconosceva più in quel prodotto degli Stati Uniti. Non era più disposto a essere un “giannizzero” dell’impero americano (coloro che sono stati addestrati dalle prestigiose università americane per poi mettere i loro talenti al servizio della società americana).
Decise di licenziarsi e di tornare in Pakistan. A Lahore trovò lavoro come professore di finanza all’università e iniziò a interessarsi di politica per l’autonomia del Pakistan negli affari interni e internazionali. Il suo attivismo destò l’interesse degli Stati Uniti. Le manifestazioni che organizzava insieme ai suoi studenti cominciarono ad attirare l’attenzione della classe dirigente che le etichettò come antiamericane, ma erroneamente: Changez non era l’estremista folle e miserabile che veniva descritto, anzi al contrario egli insegnava il rispetto reciproco e la non violenza. Ma ormai la macchina del sospetto si era messa in moto…Tutto questo avveniva quando Changez aveva solo 22 anni, età in cui tutti gli avvenimenti hanno una ripercussione emotiva molto forte.