Per vivere quella “parte invisibile della nostra quotidianità”, ma che c’è, esiste. Senza reticenza, falsi buonismi, Mario Tagliani in una narrazione lucida, appassionata e briosa, ripercorre la sua esperienza, quella di un uomo che voleva diventare un maestro e a cui è stato negato di esserlo, e solo dopo ha capito perché. Perché doveva essere un educatore, un padre, un amico in quel luogo segregato soprattutto dalle nostre barriere mentali, come se vi fosse un nulla, un inferno sigillato, da cui serpeggiano mani senza volto e riecheggiano voci bestiali: il carcere.                                                                                                                                   

Mario ha superato quel muro “tanto alto” da cui cadevano “lacrime di pioggia” e, come tutti gli esseri umani, aveva paura, paura di tutto quel metallo stridente, rimbombante, gelido, paura degli occhi vitrei, analitici, pronti per una sfida di quei ragazzi, paura di non sapere come approcciarsi, come entrare nelle dinamiche di quell’ambiente, cosa che ha imparato solo vivendo il carcere come luogo materiale e psicologico. Lui che, definendo “eroi” chi si alzava presto, si buttava nel traffico e lavora per il bene comune, ogni giorno, provenendo dalla Terra, superava i guardiani di quel pianeta e indagava su i suoi abitanti, così peculiari, così diversi e uniti da comuni denominatori: la droga, le origini per lo più meridionali o straniere, la non scolarizzazione. Tutti quei ragazzi venivano da famiglie pregiudicate, e proprio il contesto in cui sono cresciuti in cui c’è l’aberrazione di ogni forma di civiltà ha determinato quella loro personalità praticamente vuota, priva di equilibrio, priva di un senso, ma fatta di ebrezza, adrenalina, piaceri vacui e caduchi, momentanei.                                                                                                                                                                                 

Quando si leggono le storie di Mario, o meglio dei “suoi” ragazzi, era incredibile e drammatico entrare in contatto con quei piccoli delinquenti. È fortissimo il brivido che si prova quando ci si rende conto che vengono da persone reali e tutt’oggi esistenti affermazioni, per esempio, sul senso di soddisfazione nel fare una rapina e “scherzare” con le vite degli altri o picchiare a morte il proprio insegnante, nella convinzione che “è meglio un giorno da leone che cento da pecora”. 

Lo stesso brivido che, nel sentirli sostenere certe cose, prova il maestro Tagliani, che con i suoi dubbi e i suoi errori si mette nello stesso piano del lettore. Sul famoso proverbio a cui ricorrono i ragazzi, riflette molto Mario, riflette sul fatto che questi non abbiano conosciuto mai la vera gioia, il vero piacere, il vero orgoglio, sentimenti che cercherà loro di riconsegnare in un’altra chiave. Chiave che prevede diversi strumenti: la musica, il cinema, la narrativa, lo sport, perché il maestro è un regista, un destreggiatore che deve sempre inventarsi dei modi per catalizzare l’attenzione degli “studenti”.

Proprio lui che non ha mai fatto un corso di preparazione prima di entrare in carcere. Ha capito che doveva dedicare un tempo pieno a questa sua famiglia, seguire questi figli oltre l’orario di lavoro, stare loro accanto nell’esultazione di un gol e nella perdita della partita. È stato loro vicino anche quando hanno ripreso la via del traviamento e a volte per questo sono morti, ancora troppo sedotti e fedeli ai vecchi idoli, troppo radicati in un adolescente indottrinato per anni dalle leggi dei bassifondi e dei loro re rispetto ai pochi mesi passati in carcere per il ritorno alla vita. Quella vera.                                                                    

Spesso le soluzioni ai problemi che danneggiano la società sono arrivati dai ragazzi stessi, perché i delinquenti conoscono i loro punti deboli: “senza omertà non ci sarebbe reato, perché vi sarebbe la certezza della pena”, spesso i ragazzi dopo fughe eccitanti sono tornati in carcere perché c’era qualcuno che li accoglieva, spesso, nonostante gli ostacoli titanici, Mario ha lasciato qualcosa impresso nelle loro anime in cui sono insiti in angoli reconditi dei valori, ma vanno costantemente stimolati.