Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a un velocissimo progresso nel campo dell’informatica e della tecnologia in generale: partendo dai computer grandi quanto delle stanze, usati per scopi scientifici, fino a computer grandi quanto una carta di credito e usati solo per giocare nei tempi morti della giornata. Questo è ciò che viene descritto come progresso tecnologico, a cui però manca un ingrediente fondamentale.

Isaac Asimov, nei suoi racconti di fantascienza, inquadra i Robot come delle creature perfette, in grado di superare le abilità del loro stesso creatore.
Ma al giorno d’oggi il robot più complesso e alimentato da uno degli algoritmi più avanzati è appena in grado di giocare a scacchi (anche se molto bene).
Se però facessimo preparare la pasta allo stesso robot, tramite lo stesso algoritmo, lui non saprebbe neanche da dove cominciare: doppiamo essere noi a spiegargli come procedere.

Ed è proprio questo che manca nell’attuale Ai (Artificial intelligence, Intelligenza artificiale ndr.): la capacità di imparare in modo autonomo al fine di adattarsi alle situazioni.

Quest’ultima proprietà è l’obiettivo finale di un’azienda inglese chiamata DeepMind: Risolvere l’Intelligenza Artificiale Generale senza insegnare alla macchina a comprendere il funzionamento di quest’ultima, lasciando che essa ne studi il funzionamento ed elabori un proprio algoritmo in grado di replicarla, basandosi sui princìpi del machine learning e della neuroscienza, simulando il ragionamento umano su base artificiale.

Il prodotto di anni di ricerca consiste in un software installato su un processore grafico che è incaricato di giocare ad alcuni dei titoli videoludici pubblicati per il vecchio Atari 2600, fra cui “Space Inavders” e “Breakout”, ricevendo pochissime informazioni a riguardo. La particolarità di questo progetto è proprio che il punto di partenza della conoscenza della macchina è sempre lo stesso, per tutti i giochi. Sta al computer capirne il funzionamento, le regole, gli obiettivi al fine di creare una strategia ottimale per concludere la partita con il maggior numero di punti e/o nel minor tempo possibile, a seconda del videogioco.

Questo però è soltanto il punto di partenza di un progetto ben più ambizioso: creare l’algoritmo universale che, applicato ai mezzi di apprendimento più adatti, sia in grado di risolvere situazioni soltanto tramite l’uso delle informazioni che ha a disposizione, in modo autonomo.

In futuro potremmo vedere robot con capacità 10, 20 volte superiori alle nostre, in grado di anticipare e prevedere le nostre intenzioni e comportarsi di conseguenza, come aveva già predetto in letteratura il visionario Asimov.