Mille volti dinnanzi a me, con gli occhi vitrei, le ossa fuori dalla pelle e un sogno oramai intriso dell’acre odore del sangue. Non conosco i loro nomi, osservo soltanto dei numeri in successione che, come un marchio, sono impressi sul loro braccio.

Ah, dimentico un altro particolare… una stella a cinque punte, che il mio professore di religione mi aveva insegnato fosse il simbolo di David, uno dei re del popolo d’Israele amato per la sua saggezza, cucita su quelli che a me sembrano pigiami decisamente troppo grandi per dei corpi gracili.

C’è qualcosa che non va in loro, in un primo momento vengo pervasa dalla paura, una paura inaspettata, e mi vien un nodo alla gola che mi impedisce di proferir parola. Mi accorgo che tutte quelle persone rivolgono il proprio sguardo oltre al recinto che circonda il posto in cui mi trovo, proprio lì dove una farfalla, nel bel mezzo di un volo audace, viene fulminata dal filo spinato che lo compone.

Si ode un leggero soffio di vento, e l’animale, che m’era apparso un particolare decisamente non comunicante con quello scenario tetro, lasciava questo mondo mentre stava sfidando armoniosamente l’orizzonte…

Esistono uomini capaci di uccidere per paura. Esistono storie di stermini molto vicine ai nostri giorni, storie di uomini a cui viene sottratta l’anima per un falso pretesto. Storie di canti cessati dall’ assordante profondità del silenzio, che ha come unico accordo l’essenza di un viaggio senza ritorno. Mi capita spesso di fermarmi a pensare ad una storia come questa, immaginando semplicemente di essere una spettatrice che, comoda, sta seduta e guarda un film. Ogni volta però mi sembra di aver sbagliato canale. E’ una realtà tanto diversa dalla mia, e non riesco neanche a inserirla nella morale di un essere umano.

Ho provato con questo mio pensiero ad immedesimarmi in tutti quegli uomini che hanno perso la vita ancor prima di morire. Ho provato tanta vergogna, vergogna di essere umana. La mia immaginazione mi ha portato nei luoghi teatro di quest’opera terribile, i campi di concentramento. Una caratteristica ha attirato particolarmente la mia attenzione: il recinto spinato che li circonda. Il recinto spinato secondo me è la metafora della privazione della libertà, quell’ostacolo che impediva ai milioni di ebrei uccisi durante la seconda guerra mondiale di volare via e raggiungere l’orizzonte, la felicità. L’anima di tutte quelle persone era destinata ad essere fulminata da quei fili. Un destino molto simile a quello delle farfalle, che, nel mezzo di un “volo audace” cessano di esistere, intrappolate nei fili del non ritorno. Anch’io, per un breve attimo, ho visto la fine del volo delle farfalle.