Ci sono tanti modi per trascorrere il proprio tempo libero. Io partecipo a incontri e conferenze sul mio argomento preferito: l’etologia.

L’ultima conferenza alla quale ho assistito è stata al MUSE di Trento sul tema: “Etologia della sopravvivenza e della longevità, dagli animali all’uomo”, tenuta dall’etologo Enrico Alleva.

Alleva è uno dei maggiori etologi italiani viventi, ed è Presidente della Società Italiana di Etologia.
Dopo aver conseguito la laurea in Scienze Biologiche all’Università “La Sapienza” di Roma, ha perfezionato i suoi studi presso le più prestigiose università estere, tra cui la Stanford University. Ad una profonda conoscenza, costruita sul campo non meno che sui libri, unisce un’incredibile capacità comunicativa.

Nella sua bibliografia ricordiamo il manuale “Consigli a un giovane etologo” scritto con Nicoletta Tiliacos, “La mente animale” ed “Il tacchino termostatico”. Nei suoi libri, come nelle sue conferenze, Alleva sa unire saggezza, sorriso e conoscenza, facendoci tuffare in un mondo avvincente, poetico ed avventuroso.

Non deve meravigliare, quindi, il silenzio incantato con cui scienziati ed appassionati della materia, più e meno giovani, hanno seguito la sua conferenza al Muse.
Alleva ha condotto esperimenti sulle taccole, sui gabbiani, sulle oche, sui topi, per analizzare in che modo la longevità delle varie specie (comprese quella umana) sia aumentata grazie ai “FAP”, i “moduli prefissati di azione”, cioè quello che comunemente chiamiamo “istinto”.

Può sembrare incredibile, ma un topo nato e cresciuto in laboratorio, ultimo nato di dieci generazioni di topi da laboratorio, si immobilizzerà al suolo al passaggio della sagoma di un rapace, mentre continuerà le sue attività se la sagoma sarà quella di un’oca. Nel suo ambiente protetto, in realtà, egli non ha mai fatto esperienza né di rapaci né di oche, ma quello che chiamiamo istinto lo spinge alla giusta risposta.

Proprio grazie a questi “moduli prefissati di azione”, i singoli individui di tutte le specie animali riescono a mettere in atto strategie di sopravvivenza che ne favoriscono la longevità.

Ciò che rende così affascinante l’etologia è non solo la possibilità che questa scienza offre di avvicinarsi al mondo degli animali ed alla loro comprensione, ma anche il suo offrirsi come mezzo per capire meglio gli uomini.

L’etologia, infatti, viene definita da Alleva una sorta di terra di mezzo tra scienza ed umanesimo: lo studio della mente umana, della psicologia, dei rapporti tra diverse etnie sono materie umanistiche entrate nel campo scientifico di applicazione dell’etologia.

Come però sottolinea il professor Alleva, bisogna sempre rimanere in guardia contro l’eccesso di proiezioni umanizzanti, tenendo costantemente a mente che gli animali non sono umani; bisogna sfuggire al rischio di trasformare il nostro interesse per gli animali in “zoologia antropomorfica”.

In altre parole, non dobbiamo applicare categorie umane agli animali, dando per scontato che essi abbiano le nostre stesse esigenze.
Per fare un esempio, crudo ma esplicativo, se dovessimo prenderci cura dei topi da laboratorio, sicuramente terremmo pulito il loro habitat, estendendo a questa specie la nostra necessità di igiene.
Invece incorreremmo in un grossolano errore perché il piccolo di topo ha bisogno di mangiare gli escrementi della madre che contengono cecotrofo, un elemento nutritivo che permette lo sviluppo delle cellule cerebrali del ratto neonato.

Proprio per facilitare il rispetto di queste diversità, gli etologi hanno preferito, per un certo periodo di tempo, adottare un lessico proprio, che tenesse lontani, anche inconsciamente, da facili comparazioni. Così, per esempio, lo scimpanzé che si pulisce e si lava fa “grooming”.

In conclusione, la lezione che possiamo ricavarne è fondamentale: nell’etologia, come nella vita, bisogna sempre adottare come guida dei propri pensieri e delle proprie azioni uno dei valori fondamentali della convivenza, il rispetto e l’apertura nei confronti della diversità.