Non è facile.

Soprattutto quando nessuno ti regala niente.

Soprattutto quando devi essere tu l’artefice di ogni più piccolo tassello della strada della tua vita: è la storia dell’atleta Josefa Idem, nata nel 1964 in Germania ed emigrata per amore in Italia, per amore di suo marito Guglielmo.

A causa dei tempi, nonostante fosse appena nata, già gravava buia su di lei un’ombra, l’ombra di uno dei luoghi comuni tanto frequenti quando infondati e sciocchi: era nata femmina.

Il libro si chiama “Controcorrente” e c’è un motivo: la società augura figli maschi, e lei nasce femmina.

Una femmina che però non avrebbe abbassato la testa per nulla al mondo.

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Infatti andare controcorrente implica un piccolo, ma fondamentale dettaglio: il sapere che, una volta raggiunto il proprio obiettivo, si potrà dire di essere arrivati dove chi si fa semplicemente “trasportare” non arriverà mai. Mi piace pensare che alla foce da cui inizia il flusso vi sia un luogo che sappia ripagare tutte le energie spese per raggiungerlo, un posto magnifico carico di soddisfazione e riconoscimento per tutte le fatiche passate nel remare in nome dei propri sogni.

Il podio delle Olimpiadi è proprio uno di quei luoghi e la medaglia rappresenta la gratificazione maggiore. Josefa ha imparato bene la strada per il podio e ha saputo tornarci più volte: è partita carica di sogni alla ricerca di quella foce per ben otto volte ed è tornata con sei medaglie d’oro, ognuna di esse simbolo universale di spirito di sacrificio e coronamento dei propri sogni.

Non possiamo fare a meno di ringraziarla per essere motivo di orgoglio italiano. Con la sua testimonianza ci insegna che una strada costruita con dedizione interamente da noi alla fine saprà portarci al traguardo e che nonostante le difficoltà che ci sono tutti i sacrifici verranno ripagati.

D’altronde, come dice lei ,“ vale sempre la pena di provarci, anche a costo di fallire: solo mettendosi alla prova si può capire cosa si è in grado di fare, perché solo chi ha fatta sua questa perla di vita avrà il coraggio di dire: nulla è impossibile”.

 

 

                                                                                                                                         Lorenzo Torre