In un mondo in cui si è perennemente collegati, linkati in una realtà cibernetica che appare più vera del reale, vivi di una vita fatta di pixel, o in una realtà mossa da gesti diventati pura convezione, i sorrisi, le parole, gli sguardi appaiono distanti.

La folla, il divertimento, le discoteche piene, le piazze, le strade, le città… tutto collegato, tutto connesso, tranne le persone.

Se la globalizzazione ha fatto sì che tutto sia più facile, più simile, più vicino… perché guardandosi intorno si ha l’impressione di stare da soli tutti insieme?

È stato cercando una risposta a questa domanda che mi sono imbattuta in un paio di articoli, che al posto di soddisfare la mia curiosità, mi hanno invece offerto spunti di riflessione, portando alla ribalta nuove mie curiosità.

Eh sì, perché se cercate su Google “uomo animale sociale”, dopo le prime pagine che vi proporranno riflessioni filosofico-politiche sull’argomento, troverete piccolo, impaurito e timido un articolo che ha poco di filosofico-politico, che certo non risponde alla domanda: perchè sembriamo soli tutti insieme?

Ma almeno, quell’articoletto spaventato, ci da la certezza che non siamo i soli a notare questa cosa, e che forse non sembriamo ma siamo soli tutti insieme e questa solitudine è forse la causa principale di una delle piaghe mondiali più difficili da estirpare: la dipendenza.

L’articolo in questione, certo non sarebbe stato così introvabile se avessi digitato parole chiave diverse, di fatto non era stato pubblicato su un piccolo blog, ma sul sito italiano del “The Huffington Post”.

L’autore dell’articolo, riportato sulla testata italiana in traduzione, è il giornalista Joahnn Hari, autore del libro Chasing The Scream: The First and Last Days of the War on Drugs.

Dunque, perché si diventa dipendenti da qualcosa?

Hari sostiene che il fattore chimico di una sostanza sia quasi irrilevante nel manifestarsi di una dipendenza.

L’esempio più chiaro di questa affermazione è dato dall’uso medico di sostanze che sarebbero potenzialmente delle droghe.

Prendiamo in esame la diamorfina, che viene somministrata come antidolorifico per esempio dopo una frattura: non è altro che il nome medico per indicare l’eroina, inoltre quella che viene somministrata a un paziente è anche molto più pura rispetto alla “sorella” di strada. Se l’agente chimico avesse davvero una così rilevante importanza il paziente, una volta guarito e sospesa l’assunzione avrebbe una vera e propria crisi di astinenza, eppure nessuno a cui sia stata somministrata diamorfina si è trasformato in eroinomane.

È lo psicologo e professore Bruce K. Alexander, autore di The Globalisation of Addiction. A study in poverty of the spirit ,che ci spiega come questo sia possibile, ci spiega le dinamiche di una dipendenza che non ha nulla di chimico, ma molto, troppo di sociale.

La ricerca, per trovare le cause della dipendenza è andata, com’è solita fare, a sperimentare su cavie animali: ovvero i topi.

Un topo veniva posto da solo all’interno di una gabbia, con a disposizione due vaschette: una riempita di normalissima acqua, un’altra riempita da acqua miscelata con cocaina.

I ricercatori notarono subito che il topo, dopo poco, si recava sempre più spesso alla vaschetta con la cocaina, fino a disdegnare totalmente la semplice acqua.

Moltissimi topi arrivarono a bramare sempre più l’acqua drogata e la maggior parte di essi morì per overdose. Era dunque chiara la causa della dipendenza: la droga stessa.

Questo esperimento non convinse però Bruce Alexander, il quale notò una piccola e quasi impercettibile “falla” nell’esperimento: il topo veniva messo in gabbia completamente da solo.

Decise allora di dar vita allo stesso esperimento, ambientandolo però in un vero e proprio “parco topi”, una grande gabbia in cui convivevano più roditori, che avevano a disposizione cibo, palline colorate e vari giochi, e tra le altre cose anche le due vaschette d’acqua, di cui una conteneva la droga.

Alexander notò che quasi nessuno dei topi sviluppava un attaccamento morboso alla vaschetta della cocaina, molti la evitavano e diversi non facevano alcuna distinzione tra i due tipi di acqua.

Il professore decise allora di dar vita ad un ulteriore esperimento: lasciò le cavie nel “parco topi”, ma affiancò a quest’ultimi dei roditori in gabbie “singole” con le medesime vaschette, ma senza compagnia né giochi. Tutti svilupparono la dipendenza. Egli decise allora di spostare alcuni di questi nel “parco topi” e notò che dopo poco tempo la dipendenza svaniva del tutto nei topi-tossici, e la cocaina cominciava ad essere loro del tutto indifferente.

La conclusione a cui il professor Alexander era arrivato era straordinaria: la dipendenza non nasce dall’agente chimico, ma dalle condizioni sociali in cui si vive.

Ad avvalorare ulteriormente questa tesi arrivò il corrispondente umano dell’esperimento, un terribile “esperimento umano” del tutto involontario: la guerra del Vietnam. Quasi tutti i soldati, durante la guerra, facevano largo uso di eroina, ma una volta tornati a casa il 95% di loro smise senza alcun segnale di sofferenza per l’astinenza, appena il 5% ebbe bisogno di un percorso di riabilitazione.

Così si spiega la causa non solo delle dipendenze da alcool e droga, ma anche tutte le altre dipendenze, come per esempio quella da gioco d’azzardo, in cui nessuna sostanza chimica entra all’interno dell’organismo, eppure il giocatore non riesce a fare a meno di ripuntare al giro successivo.

La dipendenza diventa allora campanello di allarme per una società di persone sole, in cui vacillano affetti e legami, in cui allontanare il tossico è il modo più sbagliato per far sì che esso smetta di assumere droghe.

La guerra alle droghe dunque va combattuta scollegandosi per un po’ dall’apparente legame che ci unisce tutti, per cercare legami veri, sguardi veri, vita vera.

E non parlo solo di scollegarsi dalla rete, perché la dipendenza è molto più antica di internet, parlo di lasciarci alle spalle tutto ciò che è alienazione dalla comunità, perché in fondo, non sempre chi è prigioniero, chi è isolato, ha mura fisiche o sbarre di metallo intorno a sé.

Ognuno di noi ha la chiave per abbattere i muri di solitudine degli altri, solo che spesso non lo sappiamo, o quelle mura sono trasparenti mura di vetro e non ci accorgiamo della loro esistenza, o a volte sono mura così scure e terribili che ne abbiamo addirittura paura.

E allora, impariamo a conoscere quella prigione in cui gli altri sono nascosti, e proviamo a non temerla più, allora impariamo a stare tutti insieme… e non da soli nella folla, tutti insieme per davvero.