La cultura è leggenda. L’arte è leggenda. Tutto è frutto della sensibilità di un popolo e “tollerare” l’arte è come riconoscere la dignità di una persona, proprio perché la rispecchia in pieno.

Tutti i più grandi storici hanno individuato i modi di vivere dei nostri antenati anche solo dai reperti che essi ci hanno lasciato. Il legame che unisce passato e presente, civiltà odierna e civiltà antica è più forte di quanto possiamo immaginare e spezzarlo significa sopprimere la conoscenza a noi stessi e alle generazioni future.

“Attenti agli uomini comuni, alle donne comuni, non sapendo cos’è l’arte, non capiranno l’arte”, affermava il grande poeta e scrittore statunitense Charles Bukovski, che concludeva la sua grande tesi ed analisi umana con una importante ma alquanto triste verità: “Ma c’è il genio nel loro odio, c’è il genio nel loro odio per distruggere chiunque si differenzi da loro stessi”.

Leopardi diceva che tutte le epoche della civiltà umana possono essere associate alle diverse fasi della nostra vita, e questo perché entrambe sono accomunate da un cambiamento. Questo cambiamento interessa anche il campo dell’arte, perché così come l’uomo modifica le sue abitudini, anche il modo di produrre arte si trasforma, ma senza dimenticare il passato.

Immagineremmo mai un mondo nel quale persiste un’ombra nera che sempre più si intensifica perché causata dai continui “crimini culturali” che nuocciono gravemente la società? Non è vero che bisogna dimenticare ciò che è stato solo perché popoli antichi avevano diversi interessi o diverse idee. La spiegazione in tutto questo si ricerca nel concetto che la civiltà umana affonda le sue radici nel passato e, come si sa, estirpare una radice dall’albero significa privarlo della linfa vitale che lo nutre.

Nel corso della storia abbiamo assistito a diversi avvenimenti che hanno scosso gravemente l’”integrità morale e culturale” della società, ma mai come adesso siamo spettatori di un film che viaggia tra il “subdolo e il surreale”. Ed è per questo che volevo soffermarmi su alcuni “scenari di mondo contemporaneo” che hanno come protagonista i cosiddetti “nazisti del Terzo Millennio”, o, più comunemente, ISIS.

Risale a pochi mesi fa la distruzione da parte dello Stato Islamico, sviluppatosi tra i territori di Siria ed Iraq, della città assira di Nimrud, situata a nord della cittadina di Ninive. Questa città è molto famosa per l’esaltazione della cultura pagana assira propria dei numerosi busti di divinità, statue e templi che decorano l’antica città, ma anche per la sua speciale posizione di cui godeva nell’antica Mesopotamia, ricordata anche come la “culla della civiltà orientale”.

Tra le forme di diffusione dell’ISIS risalta l’utilizzo della tecnologia ed di un sofisticato sistema di diffusione amplificata , che permette al messaggio di viaggiare in tutto il mondo in un tempo limitato. E tra i video pubblicati dallo Stato Islamico, uno di sette minuti mostra al mondo intero come la storia, e quindi la libertà di pensiero, possa essere abbattuta con un colpo di piccone. E tutto questo, se così si può riassumere, per “sradicare la zizzania dal grano della loro religione”.

“Il nostro obiettivo è ripulire il mondo dall’idolatria”, così afferma uno degli integralisti islamici, mentre dietro di lui si scatena l’Inferno. Eppure viviamo in una società multiculturale, aperta ai cosiddetti “diversi”, ma soprattutto tollerante. Perché lasciare che questi saldi principi crollino dinanzi ai nostri occhi? Perché “concedere l’uniforme?”