È morto Umberto Eco, uno degli intellettuali italiani più celebri al mondo. Aveva 84 anni. È stato scrittore, saggista, semiologo, docente universitario. Eco è stato una presenza importante della vita culturale italiana degli ultimi sessant’anni, ma il suo nome resta innegabilmente legato, a livello internazionale, allo straordinario successo del suo romanzo Il nome della rosa, edito nel 1980 e diventato ben presto un bestseller internazionale, con traduzioni in tutto il mondo. Le varie citazioni latine e gli innumerevoli collegamenti a opere di vario genere, conosciute quasi esclusivamente da filologi e bibliofili rendono il romanzo ricco di nozioni di carattere storico, filosofico, artistico e matematico.

Tra i vari temi che Eco affronta nella sua vita vi è “la memoria”, il suo legame con la storia, il suo ruolo di ponte tra passato e presente. Tema che tratta tramite il linguaggio dell’intervista nella video–installazione di Davide Ferrario, esposta alla 56° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia nel CODICE ITALIA. Il link per visionarla è presente a fine articolo.

Nell’opera in questione, “Sulla memoria. Una conversazione in tre parti, 2015”, Umberto Eco asserisce che “noi” siamo la nostra memoria, perché la memoria è anima. Se la si perde, si perde tutto. La memoria con l’età accresce, ovvero più si cresce più si ha anima.

Eco inoltre descrive diverse tipologie di memoria. Un buono esempio per spiegare la memoria selettiva è costituito da il modo di rapportarsi ad essa di due diversi gruppi: il gruppo reazionario si riappropria di memorie che gli servono, mentre, il gruppo rivoluzionario “cancella” tutto per ricominciare da zero.

Eco sostiene che la memoria individuale si può paragonare ad una biblioteca. Tutte queste biblioteche raggruppate assieme costituiscono “l’identità”, ovvero la memoria collettiva. La biblioteca sin dai tempi dello splendore di Alessandria, è simbolo e realtà di memoria, essa è il tramite per tramandarla. Perfino Dante descrive l’essere onnisciente ed eterno, ovvero Dio come la “biblioteca delle biblioteche”.

Umberto Eco parla di Asimov poiché la problematica che affligge sempre più persistentemente il nostro presente è la perdita della memoria del passato. Eco sostiene che Isaac Asimov, scrittore degli anni ’50, profetizza con uno scritto fantascientifico l’atrofizzazione dell’organo della memoria. Di fatto diveniamo sempre più dipendenti dalle macchine; sempre più persone non riescono a far calcoli a mente poiché tutto è a portata di pulsante senza, di conseguenza, aver bisogno di riflettere; la memoria semantica (sull’Universo) e la memoria episodica (personale) sono sempre più a rischio di essere perse, se non una l’altra. Umberto Eco ipotizza che ci sia una possibile soluzione: ricostruire la memoria privata tramite la memoria pubblica.

Prima di terminare “l’intervista”, Umberto Eco si sofferma sul rapporto tra chi ricerca la memoria e la memoria stessa. Eco cita uno scritto che afferma che noi piccoli esseri, siamo seduti sulle spalle di giganti e perciò vediamo più avanti di loro. Lo stesso accade quando ricostruiamo la memoria altrui, ci arricchiamo più noi tramite esse, più dei loro originali proprietari. Umberto Eco conclude la “conversazione” tornando al concetto della memoria-anima, con un’espressione premonitrice: <<Il giorno della mia morte ricorderò tutto!>>

Umberto Eco lascia in eredità un’importante insegnamento: valorizzare la memoria, sia individuale che collettiva preservando così la propria identità, sia come persona che parte di una comunità.

 

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