Una notte, preso da un’oscura e curiosa disperazione, ho pensato di scrivere. Decisi di scrivere una piccola operetta teatrale, qualcosa di semplice ma che, finalmente, richiedesse l’intervento umano, l’intervento di persone, di donne e uomini, di attori, per aiutarla a respirare e a renderla così viva. Questa opera è stata rappresentata in uno spettacolo teatrale organizzato dalla mia compagnia.

A mio parere, è una degli scritti più complessi che io possieda: dentro esso celo uno dei più profondi segreti del mio essere, uno dei più intricati enigmi che finora io sia riuscito a formulare ma non a risolvere. Appare come un’operetta leggera e quasi spensierata ma, sotto sotto, si nasconde ciò che amo definire “ciò che può sol esser sussurrato”.

Lo zucchero col tè di Madame Louise Giulio Zambon

Personaggi: Interlocutore, Interlocutrice, Louise

Nella stanza (stile borghese ma non troppo) sono presenti due sedie una di fronte all’altra e, più indietro, un basso tavolino. Sulla scena è presente un uomo (Interlocutore) vestito elegantemente (ma non troppo) seduto sulla sedia di sinistra (rispetto al pubblico) e avvolto su se stesso.

Dalla platea si alza una persona (Interlocutrice) di scuro vestita, del rossetto (rosso, naturalmente) sulle labbra e un nero velo sugli occhi. Sembra sia in lutto. Si dirige sul palco e si siede ritta e composta sulla sedia di fronte a quella dell’Interlocutore.

Interlocutore – Oh. Finalmente. La seggiola è di suo gradimento? Mi deve scusare ma è la prima che avevo sottomano. Se non le piace, Louise le può portare la poltrona, quella rossa che ama tanto, dal salotto, di là. Mi crede se le dico che son mesi che l’aspetto? Mi crede se le rivelo che son mesi che me resto seduto qui, guardi: proprio su questa sedia, a osservare e scrutare, speranzoso e amaro, quella sedia vuota, davanti a me, sulla quale ora lei poggia il suo beneamato gluteo destro, affiancato da quello sinistro, o viceversa? No, no: non serve risponda. Era una domanda rivolta più a me stesso che a lei, mi perdoni, se ne faccia una ragione. Desidera qualcosa? Io non mangio da centosessantadue giorni di fila e, sa, forse, in sua presenza, m’è tornato quel poco d’appetito di cui necessitavo. Louise! Louise deve aver preparato del pollo alle patate. Appena sfornato. Lo sente? Il profumo di galletto morto alla griglia arriva fin qui. Le va? (l’Interlocutrice non batte ciglio) Suvvia, capisco. Chi mai mangerebbe galletto morto alla griglia appena sfornato con contorno di patate? Nemmeno io, mi creda. E poi, se le va di saperlo, le patate son pure crude, appena colte, fresche d’orto. Le mastica e sembra di sgranocchiar una carota. Una schifezza, una vera schifezza. L’apoteosi della schifezza! Piuttosto, le va qualcosa di caldo? Fuori soffia un vento maligno, piega i cipressi, fa lacrimare i salici. Dello zucchero col tè è quello che ci vuole. Louise! Lo zucchero col tè! Deve sapere che lo zucchero col tè di Louise è noto in tutto il quartiere: come lo fa lei non lo fa nessuno. Fanno la fila, di domenica mattina, tutti i vicini, chi in canottiera, chi in vestaglia, chi ancora in pigiama, chi nudo, tutti con una tazza vuota e ben lustrata in mano. Si presentano alla porta, proprio quella là, e suonano al campanello. Dlin dlon! Louise apre e versa con amore e riguardo un po’ di zucchero e tè nelle loro tazzine vuote. Una santa, una vera santa, Louise. Louise!

Ne vuole un po’? Le farà bene.

Interlocutrice – No, la ringrazio.

Interlocutore – Oh: come preferisce. (pausa) Mi scusi ma mi ero incantato. Capita spesso, a lei no? Ma, quella sua voce… quella sua voce, talmente sottile e vivace al tempo stesso, quel sussurrio che sembra provenire dalle labbra esperte e consumate di una puttana (la prego, lo consideri un sincero complimento), mi lascia commosso. Vede? Sta proprio ora scendendo una lacrima qui. Solca la guancia e scivola affianco la bocca, piomba sul mento. E’ salata, sa? Non come lo zucchero col tè di Louise: proprio salata, salata salata, come il sapore del mare nelle notti buie e senza luna. L’ha mai assaggiato il mare, il mare scuro, raccolto tra le mani e portato lentamente alla bocca? Dio, Santo Dio! Non si ricorda? Non si ricorda di noi due (sì: proprio noi due!), durante le proibite ore della notte, correre veloci e felici, saltando sulla sabbia, lungo il bagnasciuga di quel mare tanto lontano? Dove si trovava? L… l… non ricordo. O non voglio ricordare.

Interlocutrice – Certo, ricordo.

Interlocutore – Ricorda? Mi fa molto piacere, davvero molto. E di quelle notti in cui, invece, si restava nella sua camera (proprio nella sua!) poggiati uno affianco all’altra sulla bianca ringhiera metallica delle imposte della sua finestra (proprio quella!) e si parlava, due, persino tre ore, di tutto e di niente? Si parlava di quella chiesetta lassù, un poco lontana, poco illuminata che, forse, avremmo voluto visitare, un giorno. Di quel torrente secco, pieno di verdi erbacce, sotto la sua finestra. Di quel chiasso proveniente da oltre la collina, chissà dove. Delle ombre di persone che notavamo dietro le tende tirate di quelle case di fronte. Si ricorda? Ricorda?

Interlocutrice – Sì, ricordo.

Interlocutore – Oh, quanto piacere mi lascia provare. E il ripiombar alla testa di tali ricordi mi lascia un poco stordito. Non capita anche a lei, alcune volte, s’intende, di credere che tutto ciò non sia mai accaduto? Che sia stato vissuto in altra vita, o solo nei sogni? Che tutto ciò, quel mare, quella finestra, lei, lei, che tutto ciò non sia mai esistito? No, non risponda. Lasci perdere, mi scusi. Sono preso dall’emozione, nulla di più, nulla di meno.

Interlocutrice – Ho qualcosa per lei.

Interlocutore – Scherza? Davvero? Cos’è? Suvvia, mi dica!

Lei gli porge un mozzicone di sigaretta fumata.

Interlocutore – Oh, cielo. Il mozzicone della sua sigaretta. Vedo che ricorda bene. Primo pomeriggio, sempre su quella finestra. Nascondeva il suo pacchetto di Marlboro rosso dietro le imposte, appoggiato al muro. Lo comperava illegalmente al supermarket lungo la stretta via verso la spiaggia. Affianco al pacchetto (Dio! Quanto era rosso!) teneva il suo accendino, preso in Irlanda. Sopra v’era stampata la scritta “I love Ireland”, ricorda? Oh, certo, come potrebbe dimenticare? Scovavo un pacchetto nuovo di sigarette ogni tre giorni: il cellofan esterno strappato, giaceva a terra, il pacchetto semiaperto dal quale fuoriuscivano qualcuna delle sue timide sigarette. Era stupida, lo sa? Tanto stupida. E si metteva ogni volta lì, i gomiti poggiati alla ringhiera bianca e metallica, a fumare. Fumare. Fumare. Era elegante quando lo faceva, sa? Davvero elegante, m’affascinava. Il delicato e rapido movimento col quale lasciava cadere la cenere dalla punta della sigaretta. Ci provai pure io, un giorno, mi prestò la sigaretta che stava fumando: maldestro qual ero, tentando quel fluido e incantevole gesto, la feci scivolare tra le dita, volò fuori dalla finestra, atterrò chissà dove, lontana, lontana da noi. Lei (ricorda?) scoppiò in una dolce risata, come solo lei sapeva creare. Una risata che faceva ridere pure me, di quel ridere, però, che, mi diceva sempre, era di un tale innocenza: come il sorriso di un bambino, come il sorriso di chi non sa, come il sorriso di chi, ancora, non ha assaggiato la vita. L’aveva assaggiata, lei, la vita? L’aveva mai assaggiata? Dica il vero, non menta, la prego. (silenzio) Il suo silenzio dice molte cose, sa? Quanto si divertiva a parlare con me. Sembrava una gioia, per lei. Me lo diceva sempre, rideva mentre parlava, mi sorrideva con quel suo sorriso che mi spingeva a domandarle, con timidezza, se avrei potuto abbracciarla. Lei, con un bisbiglio minuto e dolcissimo, come una carezza, diceva “sì”. E allora s’aggrappava al mio collo, sembrava ch’io diventassi, davvero, il ramo sul quale lei avrebbe legato le corde per la sua altalena, sulla quale si sarebbe dondolata, sfuggendo al tocco della terra, del suolo, della pietra, per esser solo cullata dai venti delle montagne e dalle nuvole di cui sempre le parlavo. Sentivo il suo gracile corpicino sul mio e sentivo di riuscire a ripararla dalla bufera tormentosa, dalla pioggia pesante, dai sassi che, da sempre, la gente le tirava addosso, ferendola. E, in tal momenti, davvero, nulla sarebbe stato più necessario per respirare. Ha cambiato profumo?

Interlocutrice – Sì. L’altro era finito, come le avevo mostrato. Ne ho preso uno dalla boccetta a collo lungo, cilindrico.

Interlocutore – No. Non mi dica. E l’altro che fine ha fatto? Perché non lo indossa più? Non può

nemmeno immaginare quanto io amassi quel suo profumo. Lo percepivo ovunque, ovunque. Mi pare di sentirlo pure ora, seduto su questa sedia, su questo palco. (al pubblico, quasi impazzito, tremando) Non lo sentite anche voi? Dio mio. Lo percepivo mentre salivo le scale, lungo i corridoi, qualsiasi corridoio, nel giardino, nonostante la brezza che passava e spolverava l’aria persino delle fragranze dei fiori. Ovunque lo sentivo e, la notte, sdraiato su quel mio piccolo letto, annusavo profondamente le magliette indossate durante la giornata: nei suoi abbracci, lasciava un poco di sé su ogni mio indumento. La ringrazio per non aver indossato, questa sera, quel profumo tanto maledetto, maligno e cattivo, perfido e dannato. Persino oggi, passeggiando per le strade, provo il terrore che qualcuno, passandomi affianco, mi faccia ricordare quel suo profumo, rosso rosso, rosso rosso. Ho i brividi solo a pensare alla mia reazione e a quella delle persone che mi stanno vicino. Vede, signorina cara, come è facile e piacevole distruggere un uomo?

Interlocutrice – Mi dispiace.

Interlocutore – Oh, no. Non è vero. Non lo dica nemmeno per scherzo. Non è vero. Non le è mai dispiaciuto, mai. Sembrava provare gioia malvagia nell’ingannarmi, nello schernirmi e nel prendermi in giro. Nello sperimentare sul mio animo e sulla mia anima i suoi poteri di donna, esperta puttana, di ragazza, di creatura apparentemente fragile e di candida innocenza. Lei non è mai stata creatura fragile, creatura innocente, non è mai stata creatura carina, dolce, sincera, creatura buona, vera, semplice. Lei è sempre stata lama sottile e a doppio taglio che s’infilava silenziosa e impercettibile nei miei fianchi, tra le miei costole e i miei organi vitali. Ha distrutto, strappato, tagliato il mio essere, la mia essenza, la mia persona, la mia personalità, il mio carattere, il mio quotidiano vivere, il mio amore per lei. Ed è simile alla storia del condannato che s’innamora del suo boia e arriva ad amarlo persino mentre scaglia la lama della ghigliottina contro il suo collo. E nulla può fare se non rimanere a guardare il viso di quello che l’ha appena privato della vita e continuare ad amare quegli occhi e quel sorriso, se pur maligno e cattivo, quei capelli, che non sa se son rossi di natura o solo macchiati di sangue, quelle dita, sottili e piccole, quei gomiti, quella cicatrice vicino al gomito, quel naso, quelle orecchie, quelle labbra che mai assaggiò, quella schiena che raggiungeva negli abbracci, quel profumo che gli pare ancora di sentire nell’aria, quelle sigarette che vede ovunque ma che mai saranno simili alle sue. Lei è il mio boia ma io voglio smetterla di amarla. Voglio smetterla di amarla. Voglio smetterla di amarla. Voglio smetterla di amarla! Non voglio più sentire il freddo mentre dormo, quel freddo che nemmeno una calda coperta sa saziare, non voglio più sentirmi scorrere nelle vene la neve che tempesta questo mio inverno, non voglio più sapere che lei esiste e che è ancora viva, da qualche parte, su questa terra. E che cammina, respira, parla, corre, ascolta, impara, parla, scopa, bacia, vive…

Interlocutrice – (fredda, d’un caldo gelo, quasi sorpresa) Di questo non si deve preoccupare. Non l’ha notato? Sono in lutto. E a tutti i problemi e le gioie ho già posto rimedio. Non ho cambiato profumo: non l’ho mai cambiato. Ho avuto nostalgia di lei, in questi mesi. E m’è mancato, lo ammetto, il suo sorridere. Mi perdoni ma non posso trattenermi un minuto di più.

Interlocutore – Dove va?

Interlocutrice – M’è proibito dirglielo. Ma le lascio questo pacchetto: la prego, la prego sinceramente, ne faccia buon uso. E stia attento a non tagliarsi con la carta, mentre lo apre.

L’Interlocutrice esce di scena. L’interlocutore, pensoso e turbato, apre il pacchetto, lentamente, e ride d’una risata pazza. Si trova tra le mani una pistola e si mette a sedere sul basso tavolino. Dopo qualche eterno secondo, si punta rapido la pistola alla bocca e, senza pensarci due volte, spara, cadendo all’indietro.

Arriva Louise, felice e contenta, con due tazzine e una teiera su d’un vassoio che regge tra le mani.

Louise (trionfante quasi, con lo sguardo verso l’alto) Monsieur, lo zucchero col tè è pronto! (abbassa lo sguardo, si accorge del cadavere) (“In cerca di te”, Natalino Otto) Monsieur! (tentando vigorosamente e senza successo di rianimarlo) Monsieur? (calo di luci graduale) Monsieur? Monsieur! …

 

© Copyright 2015 Giulio Zambon Responsabile della pubblicazione Giulio Zambon

Libro pubblicato a cura dell’autore

ISBN 978-1-326-14014-4

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