RELAZIONE COLORcampus 2016

Prima di partire per il COLORcampus scrissi che mi sentivo come in una gabbia di vetro, io dentro e tutti fuori, io che urlavo e nessuno che mi sentiva. Ora, che sono diventata un COLOR, posso dire sì che sono ancora in quella gabbia di vetro, ma adesso insieme a me ci sono venti ragazzi che possono sentirmi e capirmi. Tutti i  COLOR che ho incontrato durante quei dieci giorni che mi hanno cambiato la vita. Non stati solo miei amici, sono stati la mia famiglia. Di loro ho conosciuto tutti gli aspetti: le occhiaie delle sei del mattino, le lamentele durante le lezioni di yoga e gli sbadigli che iniziavano ad arrivare la sera, dopo una lunga giornata di inteso lavoro. É questa la differenza  tra loro e i miei amici. Dopo aver incontrato quest’ultimi io tornavo a casa e continuavo la mia vita, mentre con i ragazzi del COLORcampus ho vissuto insieme ogni attimo della mia giornata, ci siamo vissuti a vicenda. La cosa più dura di quest’esperienza è stata lasciare tutti quanti. Ricordo che l’ultima sera pensai che inizialmente ci avevano incoraggiati ad affezionarci gli uni agli altri, ma che dopo dieci giorni pretendevano che dicessimo stop alle nostre amicizie e che tagliassimo i legami. Ovviamente nessuna amicizia si è fermata e nessun legame è stato tagliato: ancora oggi li chiamo e scrivo, per tenere viva quella scintilla che splendeva comunemente nei nostri occhi.

Ora però partiamo dal principio, questa è un’avventura che va raccontata passo dopo passo. Il 20 luglio sono arrivata a Loano come una ragazza insicura e con il terribile bisogno di venire accettata.  Ricordo che alla presentazione con William Salice lui  mi chiese da dove venivo e che alla mia risposta incerta: “In  un paesino vicino a Cuneo, in Piemonte”, lui mi prese il braccio e guardandomi negli occhi mi disse: “Dimmi il nome della città da cui vieni, non conta se non lo conosco, se ci vivi tu vuol dire che è importante”. E così, da quel momento, ad ogni mia presentazione rispondevo e rispondo con voce sicura, senza imbarazzo. Color Your Life mi ha insegnato ad amarmi, ad amare di me prima tutti i  miei difetti e secondariamente tutti i miei pregi, perché sono i difetti che ci rendono persone uniche ed ineguagliabili. Mi ha migliorata, mi ha fatto rinascere, mi ha insegnato a guardami dentro e mi ha dato la spinta che mi serviva per partire e non fermarmi più. Mi ha insegnato a vivere.

Sono stati solo dieci giorni, ma sono stati i dieci giorni che mi hanno cambiato la vita, in meglio intendiamoci. I momenti che mi sono piaciuti di più sono stati quelli in cui, nelle ore libere, non ci rinchiudevamo ognuno della propria stanza, ma ci riunivamo tutti in corridoio o in giardino per parlare, scherzare, ascoltare musica e essere semplicemente noi stessi. Devo infatti ammettere che gli insegnamenti che più ho amato di questa esperienza sono stati più quelli dal punto di vista umano che quelli dal punto di vista scolastico. Certo, il COLORpress mi ha insegnato ad essere sintetica e ad arrivare dritta al punto per ottenere qualcosa, il “Public Speaking” mi ha fatto capire che, se si vuole lasciare un’impronta di sé nel mondo, innanzi tutto bisogna essere dei grandi oratori e saper parlare, non solo alle orecchie di chi ci ascolta, ma anche ai loro cuori, però i i veri consigli che mi hanno migliorata sono stati quelli su come affrontare la vita. Non come ottenere il successo o fare la differenza, che sì, sono pur sempre grandi insegnamenti, ma vengono dopo quelli su come essere dei “grandi” nella vita.

Una delle attività che più ho amato è stata quella del COLORday, quando, armati di amore e buona volontà, siamo andati in centro Loano ad abbracciare i passanti. Ricordo che io andavo in particolare modo da quelle persone che se ne stavano sole, sedute su una panchina ad osservare impotenti la vita passargli dinnanzi, perché tante volte io avrei voluto che qualcuno venisse da me, mi abbracciasse e mi dicesse: “Martina non sei più sola, ci sono qua io con te” e mi dispiaceva per quei ragazzi che vedendoci arrivare con le braccia e il cuore aperti si allontanavano dicendoci di essere “allergici” agli abbracci. Avrei voluto prenderli sotto braccio e fargli capire che io ero li con loro, che in quel momento avrebbero potuto abbassare le loro barriere e i loro muri, perché io non avrei giudicato. Un abbraccio non importa da chi ti venga fatto o con quanta forza tu venga stretto, resterà il sempre e solo rimedio per sentirti parte di un disegno superiore e non un rifiuto umano come molto spesso tendiamo a descriverci.

Una sera arrivai a cena con gli occhi gonfi di lacrime, dopo aver pianto stretta tra le braccia dei miei due soci per aver perso tutto il lavoro e il mio COLORcoach mi disse: “Dimmi chi è stato e vado a dargli una bella lezione”. Al campus ho conosciuto persone disposte a dare tutto pur di aiutare chi gli stava accanto, ho incontrato dei veri compagni di avventura che mi hanno donato parti del loro cuore e questi doni, fidatevi di me, non hanno prezzo. Di quei dieci giorni passati in un convento in un piccolo paesino della Liguria, ricorderò le risate e i sorrisi spontanei, i momenti di debolezza e quelli di forza, le giornate interminabili e i momenti belli che passavano troppo in fretta, la campanella che suonava per annunciare le pause e la voce gracchiante di William al megafono che ci richiamava, ma che mai si capiva cosa voleva dirci, le “gare” di poesie con il mio amico poeta e la mia compagna di stanza che mi faceva le trecce, i COLOResperti che ci hanno inculcato perle di saggezza e la signora delle pulizie, su cui sempre potevamo contare. Non dimenticherò mai tutto l’amore che William Salice, Renata Crotti e i loro soci hanno messo e mettono per garantire un futuro migliore e pieno di aspettative alle nuove generazioni.

Color Your Life è alzarsi alle sei del mattino sapendo di dover dare il meglio di se per raggiungere il proprio obbiettivo ed addormentarsi la sera sapendo di aver raggiunto solo una delle tante tappe del nostro lungo viaggio, destinazione felicità. Questa avventura non mi ha insegnato ad adeguarmi al cambiamento, mi ha insegnata ad essere il cambiamento. Invece di modellare il mio corpo per passare in una “porta stretta” mi ha insegnato ad abbattere quella porta e ricostruirla migliorandola, mattone dopo mattone. Perché questo è lo scopo di questa fondazione: dare ai giovani dei motivi validi per cui combattere e quale altro motivante migliore se non la certezza di poter fare diventare realtà i propri sogni?

Martina