RELAZIONE SULLA MIA ESPERIENZA AL COLORCAMPUS

Ho ottenuto la possibilità di partecipare al COLORcampus 2016 grazie al mio gruppo di lavoro, Narrare Pavia, la mia città. A darmi la lieta notizia della mia prossima partenza è stata la professoressa di latino, greco e storia del mio liceo, Chiara Comini, in un caldo sabato pomeriggio. Le emozioni provate di fronte al grande portone di legno chiuso quel venerdì 20 luglio erano molte, dalla curiosità alla paura, e lottavano dentro me. Accolti poi dai COLORcoach e visitate le rispettive camere, era giunto il momento di iniziare veramente questa avventura.

Ho potuto constatare fin dal secondo giorno, in cui ero stato nominato COLORredattore, che le ore entro le mura del convento non sarebbero state leggere, ma ricche di sforzi e fatiche; e qui è tutto una grande sfida, il confronto con ragazzi sconosciuti e di giovani adulti.

Qui ci si adatta velocemente, e si diventa subito amici, e devo dire che ho legato più in 10 giorni al COLORcampus che con alcuni miei compagni di classe in 2 anni.

Ci si alzava tutte le mattine alle 6.30 circa e, ancora un po’ appisolati, ci si dirigeva verso la spiaggia per fare gli esercizi posturali, o almeno  ci provavamo. A svegliarci veramente era un tuffo nell’acqua del mar Ligure, una breve nuotata e poi di nuovo al convento. Il mio primo vero giorno da COLOR è stato faticoso: al mattino i COLORredattori dovevano dedicarsi all’attività di COLORpress, leggendo articoli di vari giornali e riassumendone uno a scelta. Subito dopo, alle 9.30,  con mia grande sorpresa e un po’ di timore, ho dovuto esporre per primo l’articolo a tutti gli altri compagni. La paura era davvero molta, parlare davanti a ragazzi appena conosciuti mette sempre soggezione, ma riuscii a controllarla abbastanza bene, e a parte alcuni errori posturali e la mancata presentazione, posso vantare un discreto discorso. Nel pomeriggio, oltre al cercare di creare un’azienda con piccoli gruppi di lavoro, ideare un prodotto del tutto nuovo e creare una buona presentazione da mostrare in pubblico come tutti, io e gli altri “selezionati ” dovevamo presentare un articolo che trattava del nostro primo giorno da COLOR; anche se si era sempre incerti riguardo allo scritto, essendo noi le prime cavie, scrivendo mi sentivo a mio agio e le dita scorrevano quasi automaticamente sulla tastiera. Dopo cena abbiamo letto gli articoli, che erano stati trascritti precedentemente sul sito colornews.it, dal quale i nostri genitori potevano osservare il nostro operato.

Le serate al COLORcampus erano sempre molto attese, ci si poteva finalmente distaccare dal lavoro e spesso si veniva convocati in sala mensa per cantare insieme alla COLORcoach Nicoletta, che ci forniva le nozioni basilari in campo musicale; altrimenti ci sedevamo nel piccolo cortile interno a guardare le stelle, ridere e discutere. Intanto i giorni avanzavano, i progetti progredivano.

Velocemente si avvinava un giorno tanto temuto quanto atteso: il COLORday; un pomeriggio durante il quale i COLOR dovevano girare per le strade di Loano per regalare abbracci agli ignari passanti. Superate le prime incertezze, ci siamo presto sciolti, e pochissimi risultavano i reduci scampati dalla nostra “orda”. Per me non fu affatto facile, a causa della mia timidezza, e facevo parte di quel piccolo gruppo che guardava lo scorrere delle ore prima del giro fuori porta più con paura che con impazienza, ma quando siamo rientrati un po’ mi dispiaceva che tutto fosse finito così in fretta, stava iniziando a piacermi. Ormai l’avventura stava volgendo al termine, ma non per questo le fatiche  diminuivano; l’ultimo giorno ci sarebbe infatti stata la COLORexperience, il saggio finale nel quale avremmo esposto i nostri progetti aziendali ai nostri genitori, oltre che a cantare. La notte del terzultimo giorno ebbi un’inaspettata sorpresa. Poco prima che io e i miei compagni di stanza ci addormentassimo, la porta si è socchiusa e la COLORcoach Emanuela ha detto che era venuta a conoscenza del fatto che scrivo poesie, e mi ha chiesto se avessi potuto scriverne una in rima per l’ultimo giorno, al termine del quale avremmo dovuto lanciare dei palloncini ad elio su cui erano stati scritti in precedenza i sogni di ogni COLOR, e così il mio lavoro avrebbe dovuto aver riferimento di ciò. Sicché l’indomani iniziai a scrivere, e dopo un intero pomeriggio trascorso a cercar rime e a barrare versi, con l’aiuto della COLORcoach, la poesia fu finita i tempi record. Il problema sarebbe stato leggerla, il che significava venir isolato dal resto dei COLOR sul palco, sconfiggere il timore, alzare la voce e cercare di tenere a bada la mia “r” un po’ titubante. Quindi circa 3 ore prima dello spettacolo, Emanuela ha cercato di correggere i miei difetti attraverso “passelto” e una serie di pacche sulla schiena. A mezzanotte circa era giunto il mio momento, feci un passo fuori dal coro, e mentre i COLORmusicisti mi accompagnavano con una semplice base, lessi il mio scritto. Appena terminata l’ultima sillaba, iniziai a non capire più nulla a parte applausi e il braccio della COLORcoach Nicoletta che mi trascinava ancor più avanti per prendere quei complimenti. Fu una serata indimenticabile. Tutta l’esperienza al campus fu indimenticabile. Spero proprio, l’anno prossimo, di rivedere una buona parte dei COLOR, e rincontrare i COLORcoach e William che, in modi diversi, mi hanno fatto crescere interiormente; e credo di poter dimostrare abbastanza presto che il motto dell’associazione e di Walt Disney sia vero: “se puoi sognarlo, puoi farlo” (con tanti sforzi!).

Nicolò