Paolo Rumiz è nato a Trieste il 20 dicembre del 1947. Di professione giornalista, è stato inviato speciale del quotidiano “Il Piccolo” di Trieste. Successivamente ha iniziato a collaborare con “La Repubblica”, in qualità di editorialista. A partire dalla metà degli anni Ottanta si è interessato in particolare degli eventi accaduti nell’area dei Balcani e nell’area danubiana. Ha documentato la guerra dei Balcani, seguendo le diverse fasi del conflitto, prima in Croazia e poi in Bosnia ed Erzegovina. Nel 2001 è stato inviato in Afghanistan per documentare la guerra nella zona di Islamabad e Kabul. Autore di numerose opere, ha scritto numerosi reportage in cui racconta dei viaggi da lui compiuti sia per lavoro sia per piacere personale. Paolo Rumiz ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti, sia per la sua attività in qualità di giornalista sia per le sue opere di narrativa.

Il libro Trans Europa Express, che ho appena finito di leggere, è un viaggio, come lo definisce l’autore, attraverso il cuore dell’Europa: una cosiddetta ‘Europa Verticale’, un viaggio da Murmansk ad Odessa, attraverso soli di mezzanotte, campi sterminati che si fondono col cielo plumbeo, ruderi dell’Unione sovietica e di una polietnicità sconcertante.

Sono stato colpito dallo stile semplice, ma al contempo emozionante del famoso giornalista e dalla sua palese lucidità nell’analizzare le diverse situazioni del viaggio.

Mi ha anche impressionato la fluidità della narrazione, questo è un libro che può essere letto tutto d’un fiato.

L’autore ha descritto suggestivamente i paesaggi stregati dell’Europa Centrale, dando maggior rilievo ai segmenti del viaggio ed agli incontri.

Nell’opera le singole persone, a volte appartenenti a piccole comunità, delineano i tratti di intere nazioni. Rumiz, nel suo viaggio, non incontra mai studiosi o personaggi di alto spicco della vita politica, bensì figure della vita quotidiana.

Molte delle persone incontrate hanno affermato che le nazioni appartenenti all’ex blocco sovietico si stanno pian piano sgretolando, in mano al mal governo ed alla mafia locale: addirittura alcune persone hanno detto che la vita era migliore quando governava Stalin.

L’autore sottolinea più volte la nostalgia degli abitanti baltici e polacchi nei confronti delle comunità ebraiche, che contribuivano alla vitalità delle città, quasi del tutto scomparse dopo l’Olocausto e dopo il crollo del blocco comunista.

Il giornalista indica con efficacia le forze motrici del viaggio: meno bagagli = più incontri; più difficoltà = più narrazione. Secondo Rumiz, il viaggio perfetto non deve essere programmato, bensì “il viaggio si fa da sé”.

La frase più emblematica dell’intero romanzo è certamente questa:

«Nessuno mi può togliere la certezza che l’Europa non sia più quella di una volta, quando mia nonna andava in treno da Trieste in Transilvania in mezza giornata».

In conclusione, penso che questo libro ci sveli il vero centro dell’Europa, che di certo non si trova a Bruxelles e non è quello che ci fanno vedere in televisione. Il centro dell’Europa, per Rumiz, è una cittadina di nome Ludza nella Lettonia, dove il giornalista incontra una coppia di anziani, Rita e Volodia, che vivono nella sinagoga trasformata nel ‘41 in una stalla dai tedeschi.

Qui c’è tutto, scrive Rumiz: «la slavità, gli ebrei, lo sradicamento, il fascismo che torna, la bontà degli Ultimi. E questo cielo lettone che riassume il Nord e il Sud del mio continente».

«Ludza è il mio centro d’Europa», esulta Rumiz. Ora ne è certo: il viaggio, questo viaggio, ha trovato la sua ragione d’essere.

Questo libro è un diario di viaggio sopraffine, ricco di descrizioni melanconiche ma che guardano anche al futuro. La lettura di questo romanzo non può che risvegliare l’atavico ed intrinseco senso di scoperta dell’uomo.