Nel petto un rullo di tamburi incalzante invade le membra prima della sentenza finale; il sangue, come se l’emoglobina fosse magnetizzata, sale al cervello, l’ossigeno si inietta senza sosta nelle vene e il suo ingresso rimbomba nella dimensione atemporale in cui l’atleta è assorto. Concentrato. È il battito cardiaco a dettare il tempo.

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“Qui tu sei sul filo della vita” si ripete Josefa Idem prima di cavalcare le acque del campo di gara, “vorrebbero essere tutti al tuo posto”, le dice il marito. Gli spettatori e i pallavolisti italiani restano con il fiato sospeso quando una palla stregata sull’orlo della rete catalizza i loro occhi.

Sono gli ultimi 10 metri, le ultime pagaiate; è l’ultimo istante prima di essere giudicati dalla nuova società di vergogna: la Moira prima o poi taglierà il filo di questa scellerata gara.

Ma non dipende tutto dalla fortuna. Nello sport ci vuole intelligenza, ma nelle gare sembra che un’emozione ineffabile inebri tutto il corpo e accechi la razionalità.

 “Non sapevo che fare”: queste le parole del pioniere della nazionale di pallavolo maschile Ivan Zaytsev, dotato di una potenza e di una grinta rara. Ma le qualità fisiche, la tecnica non bastano: in quei momenti in cui non si sa cosa fare, è necessario essere in grado di governare la mente con lucidità.

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Oggi Josefa Idem, la donna definita bionica, si gode le sue 38 medaglie, tra cui i sei ori ottenuti tra mondiali e giochi olimpici.   Oggi la nazionale di pallavolo maschile lotterà per la prima volta per l’oro, il cui profumo già aleggia sulle loro teste.

Ma la medaglia è solo un simbolo, un bellissimo simbolo che sintetizza quella parte della vita dell’atleta a noi sconosciuta, quella che si svolge dietro il sipario fatta di aneddoti, lacrime, tensioni, paure, amore… fatta di umanità.

E se si perde? Essere sconfitti non è mai piacevole, ma se il successo ha quel sapore così dolce e sfuggente è perché è anche la conseguenza di ciò che impariamo dai nostri di fallimenti. Così Josefa Idem, dopo le due cadute in acqua ai mondiali a Copenaghen, ha raccolto le lacrime e le ha condensate in un’incredibile forza di volontà.

Alle olimpiadi di Sidney sul gradino più alto del podio c’è lei, c’è suo figlio, c’è l’Italia. Come dice il C.T. della nazionale volley maschile, “Come siamo usciti dall’inferno? Senza guardare dietro. Come andiamo avanti? Con umiltà ed emozione”.

 di Francesca Zanobbi