IL MIO RITORNO DA WINNER

Quella mattina l’orizzonte si stagliava, chissà se minacciosamente o bonariamente, tra cielo e terra. L’avevo osservato già molte prima di allora, ma nonostante ciò mi sembrava diverso. Eppure questo non mi spaventava. E’ il primo ricordo che ho della mattina del 1° agosto, prima di varcare per la seconda volta la soglia di quel “portale magico”. Conoscevo già quel territorio, ma nonostante ciò dentro di me adrenalina e paura si sfidavano in un combattimento mortale, e non avevo idea di chi avrebbe vinto. Ore 10.30. Ero lì. Scorgevo già il lungo viale che, come in un regno di fantasia, terminava con una porta.  Era tutto come lo avevo lasciato l’anno precedente, mi pervadeva la stessa atmosfera di vitalità. Ma questa volta conoscevo il mio ruolo all’interno di quel posto, e sapevo che non sarei più potuta essere solo una ragazzina con la testa piena di sogni, perché era arrivato il momento di capirne a fondo il tessuto e cucirli. Ed ecco giunto il trionfale ingresso. Subito davanti a me volti conosciuti, altri ancora da scoprire, ma sempre lo stesso scenario. La solita cerimonia di benvenuto, l’incontro con i nuovi coach, il consueto gioco delle maschere, utile per rompere il ghiaccio con nuove persone e poi si dava il via al nostro viaggio, che avrebbe riservato però delle enormi sorprese. Questa seconda esperienza di campus nel convento di sant’Agostino si prospettava essere faticosa ma allo stesso tempo incredibile. William e Renata, dopo una spolverata dei principi, della filosofia, ma soprattutto delle regole che avremmo dovuto rispettare durante il soggiorno, hanno subito posto dinanzi a noi una nuova sfida, che si traduceva in una sola frase: diventare imprenditori di se stessi. Siamo stati divisi in squadre, in termini tecnici, “team aziendali”, ognuna composta da tre membri. Ogni squadra, che sarebbe rimasta invariata per tutta la durata del campus, aveva il compito di ricercare un’idea vincente capace di rispondere ad un nuovo bisogno della quotidianità. In poche parole, ognuno di noi avrebbe rivestito il ruolo di “imprenditore in erba”, tenendo presenti valori come cooperazione e confronto. Ogni azienda, alla fine del percorso, avrebbe dovuto presentare tutto il progetto articolandolo secondo alcune modalità standard: una divisione dei compiti tra i soci equa(per questo la scelta di tre componenti), una denominazione con relativo pay-off, ovvero una frase che sintetizzava la missione dell’azienda, un logo e l’individuazione di una possibile concorrenza diretta ed indiretta. Questo tipo di lavoro mi è servito per credere di più nelle mie capacità, perché avere voce in capitolo assieme ad altre due persone per un qualcosa di importante come un’azienda, ha maturato in me un enorme senso di responsabilità. Al fine di creare tutto ciò, siamo stati guidati da numerosi compagni di viaggio, persone che nella loro vita sono riuscite, chi in un campo chi in un altro, partendo dall’essere nientemeno che semplici sognatori come noi, a soddisfare se stesse. E con “compagni di viaggio” mi riferisco ai diversi COLOResperti che, nella maniera più umile possibile, sono venuti a farci visita, e con occhio critico ci hanno fornito preziosi consigli durante l’elaborazione dei nostri progetti. Abbiamo esplorato diversi mondi grazie a loro: partendo dalla nobile arte della fotografia, rispecchiata dalla fotografa Virginia Chiodi Latini, procedendo con il valore della comunicazione al giorno d’oggi grazie alla lezione di “immagine e suono” di Marino Lagorio; il tempo necessario affinchè un’immagine possa essere trasmessa in una determinata maniera a noi fruitori, attraverso la lezione di editing del COLORcoach Santiago; il valore della grafica per una presentazione di un prodotto che attiri l’attenzione del consumatore, grazie all’uso di Photoshop appreso dal COLORcoach Michelangelo; il progresso delle nuove tecnologie e l’impatto che hanno sulla quotidianità con l’esperto Enzo Bertolini; il valore della cooperazione attraverso un confronto diretto con tutti i soci, con l’esperta Sara Martinotti, il mondo della macro e micro economia con la lezione di Marco Capurso e, dulcis in fundo, il mondo dell’imprenditoria grazie alla presenza del presidente Confindustria Giovani Marco Gay. Un’ attività molto importante per noi quest’anno è stata sicuramente il “public speaking”, coordinato dalla coach Emanuela, ovvero lezioni mattutine sull’acquisizione di padronanza di sé quando si parla in pubblico, necessario ai soci di un’azienda per vendere un prodotto, ma utile in un qualsiasi futuro lavorativo. La coach, dopo il COLORpress, ovvero l’attività di lettura, sintesi e commento personale degli articoli del giorno, ci forniva nozioni utili per una corretta esposizione. Ma più di tutto quest’anno ho sperimentato emozioni nuove rispetto all’anno scorso, e quella più importante è sicuramente la passione. La passione in ciò che faccio, in ciò che dico, perché se non esiste un motore che spinge ogni nostro minimo gesto, non vale la pena vivere. Senza passione non siamo nulla, siamo solo anime vaganti alla ricerca del successo, un successo che non sarà mai nitido.  Il mondo ha bisogno di persone che hanno un fuoco negli occhi, quelle persone che quando parlano ti convincono che tutto è possibile, e che vale ancora la pena vivere. Il campus mi ha insegnato che io posso diventare una di queste persone solo se riesco a dare agli altri ciò che sono veramente, e se lo faccio con passione, perché non esiste un traguardo se non c’è una partenza.

Ma non è tutto.

Ho sempre pensato al tempo come ad una figura sovrannaturale e malvagia, con il potere di limitare o addirittura di bruciare le nostre vite, i nostri attimi migliori. Credevo che il “Carpe Diem” fosse riservato soltanto ai pochi fortunati che erano riusciti a cogliere il “kairos”, il momento opportuno. Questa seconda esperienza di campus mi ha insegnato tutt’altro: che il tempo non è necessariamente un’avversità, bisogna soltanto credere che prima o poi darà  a tutti un’ occasione: il nostro ruolo però è fondamentale affinchè questo avvenga. Se il detto “Quisque fortunae faber est” è valido ancora oggi, allora non è soltanto la sorte che ci aiuta a camminare, ma siamo anche noi che con le nostre risorse , il nostro talento, il nostro cervello, senza dimenticare il nostro cuore, dobbiamo costruirci un futuro. Perché, come afferma Victor Hugo, “Il destino mescola le carte, ma è l’uomo a giocare la partita”.

                                                                                                                                                                      Rossella