Sabato 27 febbraio al Marriott Hotel di Milano si è svolta la Fiera dell’Istruzione britannica organizzata dal British Council. La partecipazione era gratuita, ma occorreva una prenotazione on line sul sito del British Council. Paul Sellers, direttore del British Council Italia, ha spiegato come la Fiera rappresenti un’importante occasione a sostegno della mobilità degli studenti sia in entrata che in uscita e un’occasione di contatto e confronto individuale con le diverse realtà formative.

All’atto della conferma della registrazione mi è stata consegnata la guida degli exhibitors, divisi tra scuole di lingua, scuole superiori, business school e università. Ad ogni stand era presente uno studente o una studentessa italiana per facilitare la comunicazione e lo scambio di informazioni, oltre ovviamente allo staff qualificato inglese.

Inutile dire che l’affluenza maggiore di studenti e genitori era davanti allo stand dell’Università di Oxford, considerata una “Brand University”.

Dopo aver parlato con i rappresentanti delle boarding school e raccolto materiale sul profilo delle scuole e i programmi di studio in UK ho partecipato al seminario di Domenico Ioppolo, COO dell’area Eventi e Saloni dello Studente e Presidente FCP-Assoquotidiani, sull’importanza della formazione anglosassone nel mondo del business. Ioppolo ha sottolineato diversi concetti che avevo già avuto modo di sentire, approfondire e acquisire durante la mia esperienza al COLORcampus.

Il primo concetto fondamentale è capire che lo schema del sistema scolastico italiano che prevede di studiare fino a 23-25 anni e solo dopo incominciare a lavorare è uno schema che non funziona più (se mai ha funzionato). È un grave errore pensare di separare lo studio dal lavoro. Il governo Renzi ha introdotto l’alternanza scuola lavoro con la legge 107, ma questa alternanza bisogna farla anche individualmente perché è fondamentale presentarsi a un colloquio di lavoro dimostrando di aver avuto esperienze lavorative precedenti. L’azienda quando esamina un giovane da inserire nel proprio organico valuta positivamente chi ha già sperimentato il mondo del lavoro. All’azienda non interessa il tipo di lavoro, ma se ha lavorato, in quanto è garanzia di aver appreso regole e di averle rispettate. L’azienda è consapevole che il sistema scolastico italiano non abitua al rispetto delle regole: imparare che si arriva in orario e si esce a un’ora stabilita e non a discrezione dello studente, che un raffreddore non è causa di assenza, che il rispetto non è facoltativo e molte altre.

In secondo luogo, è essenziale prepararci a studiare e apprendere per tutta la vita. Quello che si studia oggi a scuola è solo un’idea incompleta e astratta delle competenze che richiede il mondo del lavoro. Dobbiamo dimenticare di poter fare lo stesso lavoro per tutta la vita, ma immaginare di sperimentare professioni che oggi forse non esistono ancora, come dieci anni fa, nessuno avrebbe immaginato di lavorare in aziende come Google o Facebook.

Infine, è necessario capire quali caratteristiche possiede il ragazzo (uno su due) che uscendo dall’Università trova occupazione. Il lavoro del futuro richiede le cosiddette soft skills, abilità su cui la scuola anglosassone punta notevolmente. In primis troviamo la capacità di parlare in pubblico, di creare presentazioni, di organizzare meeting con i propri colleghi, di rispettare le scadenze, di raggiungere un obiettivo comune e condiviso e non puntare esclusivamente su se stessi, nonché la capacità di essere resilienti e di trovare soluzioni quando la teoria non aiuta. Oggigiorno nel mondo del lavoro possedere queste capacità è meglio che essere un’eccellenza. I ragazzi che oggi lanciano Start-up e conseguono successi hanno competenze sia culturali che tecniche e soprattutto sanno mettersi in gioco. Non è ciò che apprendiamo al COLORcampus?

Il mio messaggio è di lavorare mentre studiamo, non c’è un periodo dedicato alla scuola e un periodo dedicato al lavoro: sapere e saper fare non devono essere concetti separati. Prepariamoci ad apprendere per tutta la vita e di pensare che forse il lavoro che andremo a fare, oggi non esiste ancora. Al fine di tutto ciò dobbiamo riconoscere che il nostro modo di vivere non è l’unico e lo possiamo sapere solo uscendo dal nostro piccolo universo imparando bene l’inglese per comunicare nel mondo.