Relazione sulla mia esperienza al COLORcampus

Zambon SilvioAll’inizio non sapevo bene cosa fosse questo COLORcampus. Avevo saputo da mio fratello Giulio che era organizzato da uno strano tipo di nome William che aveva avuto a che fare con delle cose dolci tipo Kinder, Nutella e ovetti vari di cioccolato al latte. Anzi, poi mio fratello mi aveva anche detto che c’era una tipa di nome Renata che però non avevo ben capito cosa avesse a che fare con i dolci.

In ogni caso ho partecipato alla selezioni con impegno e, visto che c’era da suonare, anche con una buona dose di divertimento.
Quando la mia scuola media mi ha chiamato dicendomi che sarei stato tra i
partecipanti al COLORcampus, ero felice anche se non sapevo bene cosa mi sarei dovuto aspettare.
Per cui, quando sono arrivato a Loano, sapevo solo le poche cose che mi aveva detto mio fratello Giulio, le notizie che, nel frattempo, avevo letto su www.coloryourlife.it e su www.colornews.it e quello che un mio amico mi aveva riferito e cioè che, dopo i primi due giorni di ambientazione, lui si era trovato “da dio”.

Invece, il primo giorno, appena arrivato, incontro per caso Benito che poi scopro essere il mio compagno di stanza. Benito è un ragazzo di Torino, ma non Torino Torino, ma Torino di Sangro in provincia di Chieti, una cosa che ha stupito tutto lo staff di COLORYOURLIFE perché nessuno sapeva ci fosse un posto di nome Torino fuori dal Piemonte. Nemmeno io.
Zambon Silvio_1Benito è un tipo molto simpatico, molto alla mano, con cui parli come se lo conoscessi da una vita e mi sono trovato subito a mio agio. Altro che due giorni! Mi sono ambientato in cinque minuti. Poi, partiti i miei genitori, ci siamo tuffati nel mondo di COLORYOURLIFE.
Ho dovuto imparare che, lì, tutto è COLOR: il primo COLOR, William, i COLOResperti, il COLORcapitano, la COLORtroupe, la COLORcolazione, il COLORmare e che tutto viene ridisegnato con il marchio ideato, penso, da William. Mi sono subito chiesto perché.
Non sono riuscito a darmi una risposta però, a ripensarci, COLORYOURLIFE è un marchio che è tutto un programma nel senso che, in tre parole racchiude tutto il significato del COLORcampus.
Per cui, per me il COLORcampus è stata una bellissima esperienza fin da subito e, in seguito, anche grazie alle varie attività che ho potuto svolgere.
Sotto tutti i nomi colorati di cui sopra, si nascondono i progetti a cui tutti noi COLOR abbiamo lavorato durante i dieci giorni di campus.
Per me il più interessante è stato il progetto aziendale che io ridefinirei come
“COLORprogettoaziendale” e che viene definito COLORlab.
Ho assaporato la libertà di poter ideare, inventare e realizzare qualcosa di totalmente mio e dei miei soci di COLORlab: io ero tecnico e grafico, poi c’era l’ideatore, il designer e poi il portavoce.
Di sicuro non mi sono mai annoiato, c’era sempre qualcosa da fare in vista della COLORexperience finale, ovvero della presentazione del progetto davanti a un pubblico di genitori, parenti e amici.
Proprio per questo William e Renata hanno organizzato per noi delle attività per aiutarci a presentare, oltre che realizzare, l’idea del COLORlab. Mi spiego meglio: abbiamo incontrato vari COLOResperti che, personalmente, mi hanno trasmesso gli stimoli giusti, l’entusiasmo della loro storia. Ho capito che quando hai gli stimoli giusti, non c’è cosa che tu non possa fare. Ho compreso che i freni sono sempre dentro la nostra testa e, se impariamo a non curarcene troppo, possiamo fare cose incredibili.
Oltre agli stimoli, però, bisogna curare le capacità e nel mondo di COLORyourlife vengono enfatizzate anche le tue capacità nascoste. Questa cosa mi è piaciuta tantissimo perché, come mi ha poi detto William “hai imparato a sorridere e a parlare in pubblico”.
Zambon Silvio_3Sembrano due cose stupide ma, per me, non lo sono: inutile preparare un bel progetto se poi non riesci a presentarlo in modo corretto, comprensibile e trasmettendo l’entusiasmo e gli stimoli che ti hanno permesso di realizzarlo. In questo ci hanno aiutato il COLORcoach Michelangelo con il quale abbiamo potuto imparate le basi per usare PhotoShop ed Emanuela con la quale ho appreso varie tecniche per parlare in pubblico e ho imparato a sorridere durante le presentazioni.

Mi è piaciuto un po’ meno quello che mi faceva fare la COLORtroupe incaricata, cioè la COLORcoach Cristina: leggere e scrivere non è che mi piaccia tantissimo. Figuriamoci poi leggere gli articoli di giornale. Però è stato istruttivo perché ho capito che, durante la realizzazione di un progetto qualsiasi, ci sono cose che ti piacciono, cose che ti entusiasmano, c’è tanto lavoro, tanta applicazione, tanta tecnica, tante ore passate a pensare, a sistemare, a cambiare, a confrontarsi, ma c’è anche quello che non ti piace tantissimo e che però è parte del progetto e va fatto.

E’ per questo che bisogna avere gli stimoli giusti per essere in grado di vedere la meta, l’obiettivo, il risultato finale, oltre la difficoltà e la fatica di un momento, un po’ come alle Olimpiadi.
A COLORYOURLIFE, insomma, ho capito che tutto è importante e che la
“presentazione” è tanto importante quanto il progetto che si va a presentare.
E ora termino con le cose che mi sono sembrate più curiose, di cui avevo sentito parlare da mio fratello e che avevo considerato veramente strane:
• innanzitutto la foto con William.
Zambon-Silvio_4E’ stato quasi un rito di iniziazione prima della quale non avevo il “cartellino di riconoscimento” che, tutt’un tratto, mi sembrava importante e un momento prima non avevo considerato. Trovarmi in mezzo a tante persone con il “cartellino” e io senza, mi ha messo la voglia di averlo e sono andato a fare la foto con William con tutto un altro spirito.
• Il COLORmare. Faticosa, strana, ma efficace l’uscita al mare delle sette del
mattino.
• L’assenza del telefono. Io non uso tantissimo il cellulare però mi sono reso
conto dell’importanza di focalizzarsi su quanto si sta facendo senza distrazioni
di qualsiasi tipo.
Zambon-Silvio_5• Il COLORday durante il quale siamo andati tutti assieme in giro per Loano a distribuire “free hugs”. Qui a fianco una foto di tutto il gruppo di “abbracciatori”. Poi ho capito che tutto ha un senso nel momento in cui ha, come scopo, ilraggiungimento di un grande obiettivo finale che, per noi, era la COLORexperience.

Ho capito inoltre che tutto deve essere programmato a parte, magari, i momenti di relax.
In questo modo si lavora bene, con obiettivi ben precisi, con scopi comuni, senza entrare in conflitto anche con le persone più competitive proprio perché ognuno ha il proprio compito. E’ la stessa cosa che avevo sentito dire dall’astronauta Maurizio Cheli che avevo conosciuto in una sua visita a Schio e ci aveva spiegato come una decina di persone estremamente competitive potevano abitare assieme anche per mesi in uno spazio così ristretto come una stazione spaziale senza litigare:
il segreto è esattamente quello che ho imparato al COLORcampus:
• programmazione
• definizione dei compiti
• obiettivi precisi
il tutto condito con una sana dose di entusiasmo.
E poi, come insegna William, non c’è età per lavorare bene.

Silvio