Vizio di forma si apre con un detective tossicodipendente che riceve dalla sua bellissima ed enigmatica ex fidanzata l’incarico di rintracciare il nuovo marito di lei. Ma da subito iniziano ad accavallarsi decine di sottotrame, personaggi secondari compaiono e scompaiono, assistiamo a colpi di scena, morti, finte morti e cambi di identità. Lo ammetto: dopo meno di venti minuti avevo perso il filo. Amici più perspicaci di me hanno resistito fino al minuto trentacinque (il film dura tre ore e mezza!).

Eppure non è noioso. Com’è possibile?

Innanzitutto perché se noi capiamo poco, ancor meno capisce il protagonista. Fumatore di marijuana, hippie fuori luogo (sono ormai gli anni Settanta), che spaesato precipita da un situazione all’altra, generalmente venendo malmenato. Impossibile non simpatizzare con questo perdente. Sia chiaro, è un personaggio che non combinerà mai nulla nella vita, insomma un poveraccio ma, credo, ci dica Anderson, non siamo “poveracci” tutti?

Il mondo è grande e assurdo, troppo grande e labirintico per essere capito da cima a fondo. Allora, forse, tanto vale accettarlo, cercare quel che ci fa felici e non prenderci poi così tanto sul serio. Questo film vi piacerà se saprete ridere del vostro non-capire; meglio ancora, vi piacerà se siete pigri!

E davvero, il tutto fa morir dal ridere. Si susseguono le situazioni assurde, le battute fulminanti, i momenti di nonsense purissimo. Dietro ci si può leggere anche un documento, tutto sommato fedele e triste, della squallida fine dell’utopia hippie. Ne sono uscito divertito, un po’ spaesato, incantato, tutto sommato contento, e con un leggero mal di testa; un po’ come spero di uscire dalla vita. Che chiedere di più?