Gli italiani scoprono un tempio di 4000 anni a Cipro – Arte, cultura e stile

(di Silvia Lambertucci).


Luci e ombre si alternano in una grande stanza buia, le lingue di fuoco di un braciere illuminano, giorno e notte, la pietra liscia e scura di un colossale monolite.


Mentre nelle altre parti del grande laboratorio decine di persone lavoravano alla filatura, alla tessitura e alla tintura di tessuti destinati al commercio con tutto il mondo allora conosciuto.


Scoperto da una missione italiana, il Progetto Archeologico Erimi dell’Università di Siena, sta riemergendo a Cipro un tempio risalente a 4.000 anni fa.


“È lo spazio sacro più antico mai scoperto sull’isola”, racconta in anteprima all’COLORnews l’archeologo Luca Bombardieri, che da 15 anni guida gli scavi, condotti in collaborazione con il Dipartimento delle Antichità di Cipro e il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.


Si tratta, infatti, di una sorta di ‘tempio davanti al tempio’, di un luogo del sacro declinato all’interno dell’ambiente lavorativo, che getta una nuova luce sulla vita straordinariamente articolata e ‘moderna’ di questa comunità di artigiani vissuta quattro millenni prima di noi, appena qualche secolo prima che nascessero le prime città nell’isola nel cuore del Mediterraneo.


Ma non è tutto. Tra le novità dell’ultima fortunata campagna di scavi, c’è anche un caso irrisolto e gravido di inquietante mistero: i resti di una giovane donna uccisa e murata in casa, forse perché il suo fantasma non tornasse a turbare i vivi.


Il femminicidio “potrebbe essere collegato ad altri casi registrati in passato in altre parti di Cipro”, afferma l’archeologo.


Le vittime erano sempre giovani donne. Uccise e separate dalle loro comunità, tenute lontane persino dai morti, pensa l’esperta, “forse per questioni legate alla maternità”.


La ragazza di Erimi non aveva più di 20 anni. I suoi assassini le fracassarono il cranio, con una lancia o un sasso. Poi ne adagiarono il corpo a terra, appoggiandole una pesante pietra sul petto «come per tenerla ferma», dice Bombardieri. Accanto a lei non c’è alcun corredo funerario, nulla che faccia pensare a una normale sepoltura. La porta della piccola dimora, invece, è stata sigillata con cura, proprio come quella di una tomba. Siamo nell’età del bronzo, tra il 2000 e il 1600 a.C.


Con i suoi oltre 1.000 metri quadrati di laboratori, magazzini e grandi tini per la tintura, l’atelier Erimi occupava l’intera sommità di una collina sulla costa meridionale di Cipro, non lontano dalla moderna città di Limassol. Una posizione ideale per l’attività che lo animava, sempre ben ventilato e a due passi dall’acqua dolce di un fiume, con terra dove crescevano spontaneamente piante che servivano a tingere i tessuti di quel bel colore rosso che li rendeva unici e preziosi.


Un po’ più in basso, ammassate le une contro le altre, c’erano le case. Ancora più in basso, a debita distanza, venivano sepolti i morti, i più ricchi in grandi tombe a camera colme di corredi funerari, e i poveri in semplici fosse.


Il tempio si trovava nella parte più interna dell’atelier e per accedervi bisognava passare attraverso le sezioni di lavorazione. Ma qui, rispetto alle stanze in cui si lavorava con fusi e telai, l’atmosfera doveva essere molto diversa, con il monolite, alto più di due metri, che svettava fiero al centro della stanza. Davanti alla pietra c’erano solo il braciere e una grande anfora, forse piena d’acqua, che, secondo Bombardieri, doveva essere utilizzata per i riti legati al culto. Non è chiaro se ci fosse un sacerdote in piena regola, spiega, ed è probabile che a garantire il legame con la divinità fosse la stessa persona o il gruppo di persone che guidavano le attività produttive e l’intera comunità. Un clan la cui importanza è stata riscontrata in una delle tombe più ricche della necropoli, subito esterna all’alta cerchia di mura in pietra e legno che, almeno nella fase finale della sua storia, proteggeva il villaggio dagli attacchi nemici e al tempo stesso ne esaltava l’importanza, rendendolo visibile da terra e da mare.


Grazie a quei tessuti color vino, Erimi era cresciuta in fama e potere. E forse, chissà, insieme alla nuova ricchezza, sono arrivati ​​anche nemici, interni ed esterni. Fatto sta che la sua storia finisce all’improvviso, il villaggio viene abbandonato e l’atelier sigillato con tutto il suo prezioso tesoro di oggetti, compreso il tempio con il suo monolite. Un incendio, forse appiccato dagli abitanti in fuga, ne fa crollare il tetto. E paradossalmente, è proprio l’atto dell’abbandono a tramandare la storia avventurosa di queste abili tessitrici.


“Il crollo della struttura, sigillando quei resti, ha permesso a noi archeologi di riscoprirli dopo quattromila anni”, afferma Bombardieri.


E raccontare la storia di una comunità eccezionale e di un villaggio che era quasi diventato una città.


E chissà se i prossimi scavi non ci aiuteranno a capire di più sul mistero della fanciulla assassinata e delle altre, almeno 15, che più o meno nello stesso periodo, in varie parti dell’isola, sembrano aver condiviso la sua sorte.

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