Cultura

il re dei dolci italiani conquista anche New York

Quando l’ultima bomba era esplosa alla fine della seconda guerra mondiale e l’Italia guardava di nuovo al futuro con speranza, un ristoratore toscano arrivato a Milano con la famiglia decise di aprire una pasticceria in via Larga.

Nel 1946 Attilio Bindi aveva un’idea chiara in testa: produrre pasticceria di alta qualità e proporla alla ristorazione. Ce n’era un bisogno cruciale e lui capì subito quel bisogno.

La piccola pasticceria ha continuato ad espandersi fino a diventare una fabbrica. Bindi era famoso per la sua capacità di produrre torte e pasticcini di qualità e prelibatezza senza precedenti. Ha consegnato nei migliori ristoranti di Milano e lo ha fatto sfrecciando per la città in bicicletta.

Tanto tempo è passato da quei giorni, e anche da quando Bindi decise di espandersi negli Stati Uniti, ormai 30 anni fa.

Oggi, se cammini a Manhattan, tra la 44th Street e Madison Avenue, puoi trovare un grande pop-up monomarca. Tanti i dolci in carta, ma il protagonista è il gelato.

Alberto Paderi – Foto di Terry W. Sanders

“Perché?”, chiedo ad Alberto Paderi, presidente e amministratore delegato di Bindi North America da ormai cinque anni. “Perché è un prodotto che rappresenta l’Italia”, risponde, “gli americani lo identificano molto come un dolce italiano ed è perfetto per avere un contatto diretto con il consumatore”.

Sul banco, oltre ai tradizionali gusti pronti da mettere su cono o in coppetta, ci sono anche frutta ripiena, bomboloni, affogati e monoporzioni. “Questi per esempio”, dice indicando i flute di vetro ripieni di gelato, “sono molto apprezzati nei ristoranti”.

È facile credergli. Per un avventore del ristorante, ordinare il gelato a fine pasto e vedersi servire un bicchiere gradevole alla vista ha sicuramente un effetto diverso rispetto a una confezione di plastica o una pallina su un piatto.

«Serviamo anche i ristoranti per risolvere un altro problema», continua Paderi, «che è la mancanza di personale. Nelle cucine, oltre alla famosa carenza di camerieri, mancano anche i pasticceri, quindi per un ristoratore avere i dolci già pronti e averli di qualità è un grande vantaggio”.

“Quando effettuiamo consegne, ci sono tratti in cui il nostro camion deve fermarsi ogni quindici metri, perché potremmo servire tutti i ristoranti lungo la strada”.

Del resto non c’è da stupirsi: nell’area metropolitana della città Bindi serve circa 2.000 punti vendita. “E abbiamo anche un servizio di consegna”, aggiunge Paderi. Un’opzione iniziata con l’arrivo della pandemia e che, seguendo la tendenza generale, non si è più interrotta.

Dolci Bindi – Foto di Terry W. Sanders

L’azienda ha deciso di seguire una strategia di innovazione: non fermarsi ai prodotti classici che vanno sempre di moda, ma seguire le tendenze che si stanno facendo strada nella gastronomia. “Ora abbiamo anche prodotti senza glutine, vegani o con quantità ridotte di zucchero”, afferma.

Tra questi anche i dessert “Instagrammabili”, come la nuova linea party chef pensata per la ristorazione d’élite. “Sono una reinterpretazione della tradizione italiana. Abbiamo deciso di dare una nuova forma ai grandi classici, come il tiramisù o la torta della nonna».

Questo perché, nel lavoro di Bindi, non manca mai l’autenticità del Made in Italy, che riescono a portare anche nei ristoranti etnici. “Il tiramisù piace in tutto il mondo”, ricorda Paderi, “e così lo prepariamo, non solo per i ristoranti italiani, ma anche per quelli francesi, asiatici o americani”. Un modo per diffondere la cultura ei prodotti italiani anche attraverso la cucina.

“Negli ultimi cinque anni abbiamo raddoppiato il nostro volume d’affari negli Stati Uniti”, afferma con orgoglio Paderi, “e ci siamo riusciti nonostante la pandemia”.

Bindi è così diventata, anche a New York, un modello da seguire e un punto di riferimento per il mondo della pasticceria mantenendo sempre alta l’asticella.

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